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Giovanni Toti

Il futuro di Forza Italia

di Alessandro Sallusti*

«Alle Europee voterò Berlusconi, ma Fratelli d'Italia è casa mia», che è un po' come dire «forza Inter ma spero che vinca il Milan».

Giovanni Toti ha poche idee ma confuse, come la maggior parte di chi pensa di potersi intestare la stagione del dopo Berlusconi, che proprio per questo motivo è lontana dal divenire.

Non è che il Cavaliere non voglia lasciare il timone di Forza Italia: è che non può lasciarlo a eredi, tipo Giovanni Toti, che non sanno da che parte stare o che per paura di perdere la poltrona si accodano al carro di altri.

La tradizione di Forza Italia è di fare da apripista, non il gregario e questo dovrebbe valere anche in un periodo di magra elettorale.

Scimmiottare Salvini (che oggi elettoralmente vale tre volte tanto) o la Meloni (che pesa meno della metà) equivale ad ammettere di non avere più né idee né identità.

Passi per il mio amico e collaboratore Francesco Alberoni, che superati i novant'anni ha tutto il diritto di provare i brividi della giovinezza candidandosi alle elezioni con Fratelli d'Italia «perché La Russa me l'ha chiesto», ma un aspirante leader liberale, come si dichiara Giovanni Toti, non può pensare di farsi strada facendo la comparsa alla corte di chi leader (sovranista) lo è già come Giorgia Meloni.

Non c'è dignità e pure la credibilità, per uno che arriva dalla storia di Giovanni, lascia il tempo che trova.

Il popolo di Forza Italia, che ha eletto Toti governatore della Liguria (dove per altro come amministratore sta facendo un ottimo lavoro) è abituato a comandare, non a servire, neppure come rimedio momentaneo.

Stare all'opposizione, essere minoranza anche per conseguenza di propri errori, non deve essere una vergogna inaccettabile.

Inaccettabile è rinunciare alla propria identità pur di non trovarsi in quella situazione.

Non sappiamo, come qualcuno sostiene, se Toti e altri come lui abbiano fatto qualche patto con Salvini per svuotare Forza Italia dall'interno, magari anche attraverso Giorgia Meloni.

Ma se così fosse sarebbero patti che riguardano il loro futuro politico personale, non il nostro e tanto meno quello del Paese.

Senza una salda e autorevole componente liberale al suo interno - pure minoritaria - un centrodestra unicamente populista e sovranista è cosa che non ci può interessare, anche perché non sarebbe più, come dice la parola, un centrodestra.

Spiace dirlo, ma non ci sono più i Toti di una volta, disposti a sacrificarsi, come fece l'Enrico nazionale, anche per una causa persa.

*www.ilgiornale.it   

tutti pazzi per la Civita

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