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Giovanni TotiLo smarrimento della periferia verso gli attuali vertici

di Cristofaro Sola*

Lo scissionismo in politica è stato storicamente in appannaggio alla sinistra.

A destra, di scissioni in grande stile se ne sono viste poche.

A breve però la tradizione potrebbe essere infranta.

La tela che sta tessendo il governatore della Liguria, Giovanni Toti, potrebbe riservare qualche sgradevole sorpresa ai vertici forzisti che si ostinano a ignorare l’attualità della perdita di presa sull’elettorato della destra riformista.

Come attestano i risultati, devastanti per il partito berlusconiano, nelle elezioni domenicali in alcuni comuni della Sardegna.

Saranno pure realtà specifiche ma, a fronte del successo della coalizione di centrodestra, vedere Forza Italia all’1,24 per cento di voti di lista a Sassari e al 5,29 per cento a Cagliari, praticamente doppiata dalla lista di Fratelli d’Italia (11,69%), è più che un segnale d’allarme, è la presa d’atto della fine di un ciclo politico che ha conosciuto momenti esaltanti alternatati a fasi di confusionario appannamento.

La verità che non si riesce più a nascondere è che esiste un centrodestra vincente a prescindere dall’apporto del partito che ne è stato dalla sua fondazione il giunto assiale e il baricentro.

Oggi Giovanni Toti si pone alla testa di coloro che vogliono chiamarsi fuori dal naufragio provando a salvare il salvabile.

Ma non è un’opera di carità quella che ha in mente il governatore della Liguria.

Più che una scissione da un corpo solido, l’operazione ingaggiata da Toti sembra somigliare a un’Opa lanciata su un’impresa in liquidazione.

C’è un problema di disagio tra i quadri territoriali del partito che non si sentono più garantiti dall’attuale classe dirigente.

Il sostanziale smarrimento di una linea politica riconoscibile e chiara sulla quale fare leva per attrarre il consenso sta mandando in affanno gli amministratori locali forzisti che si trovano, ormai in tutta Italia, competitori o, peggio, avversari politici dei loro stessi alleati leghisti e di Fratelli d’Italia.

Anche l’ambiguità berlusconiana sui rapporti con la sinistra bleariana di Matteo Renzi non ha aiutato la chiarezza.

Nonostante le elezioni, che si sono succedute dal 2014 in poi, abbiano dato un responso netto sembra che la dirigenza forzista non si capaciti del fatto che il bacino elettorale tradizionale sul quale Silvio Berlusconi ha costruito la sua fortuna politica non ha mai accettato l’idea di vedersi trasportato dall’altra parte della barricata in nome di accordi e combinazioni che non comprende e non riconosce.

Giovanni Toti l’ha studiata bene.

Il problema non è fare il pieno di big che non hanno appeal elettorale, ma offrire una sponda ai portatori d’acqua sul territorio che sono in grado di rastrellare voti.

Il governatore ligure ha dalla sua la mano tesa di Matteo Salvini che sta lavorando a riplasmare un centrodestra a sua immagine.

Il capo leghista sa bene che la vocazione maggioritaria non gli consentirĂ  di prendere il potere.

Per vincere la sfida ha bisogno che si verifichino due accadimenti condizionali: l’implosione del Movimento Cinque Stelle con la separazione dell’anima di sinistra e movimentista dal corpaccione conservatore che resta la maggioranza silenziosa presente all’interno del grillismo e la nascita di un polo moderato e riformista che però non sia egemonizzato dalla figura di Berlusconi.

Se per la soluzione del problema pentastellato Salvini guarda con fiducia al lavoro che sta svolgendo Luigi Di Maio sui suoi, per la parte centrista-moderata la carta da giocare è Giovanni Toti.

In queste ore i dirigenti forzisti, che si ostinano a non capire, si aggrappano ad autoconsolatori sondaggi che darebbero il “partitino” di Toti, se vedesse la luce, all’1,5 per cento del consenso.

Ma in che mondo vivono i miracolati della corte berlusconiana?

Nel momento in cui si diffonderà la voce che è Toti l’unico accreditato a trattare le candidature uninominali in quota moderata nella coalizione di centrodestra con Matteo Salvini e Giorgia Meloni, i carabinieri dovranno transennare l’ingresso della sua abitazione per arginare la fila dei richiedenti udienza.

Toti, dal canto suo, ha fissato la deadline dell’operazione al 6 luglio prossimo quando al Teatro Brancaccio di Roma darà vita alla sua Costituente.

Qualcuno spera ancora di fermarlo convincendolo a non strappare con il suo vecchio partito. Una speranza vana perché Toti, per restare, ha posto condizioni irricevibili dalla vecchia guardia forzista: giubilare il presidente Berlusconi in un ruolo onorifico e fare piazza pulita di tutto ciò che gli è stato intorno nel corso dei suoi venticinque anni di permanenza nell’agone politico.

Come non si è mai visto un tacchino gioire per il Natale, allo stesso modo non è data in natura l’esistenza di un tipo forzista, abituato al metodo comodo della cooptazione per volontà del capo assoluto, disponibile a lasciare sua sponte lo strapuntino generosamente concessogli.

Comunque vada l’Opa lanciata da Toti, quel che verrà dopo non sarà una passeggiata di salute.

Il governatore ligure non sarà portato sugli scudi da Giorgia Meloni, che lo vede come un potenziale elemento di disturbo all’assalto che lei ha lanciato in parallelo all’indirizzo dell’elettorato disperso di Berlusconi.

Se le due offerte andranno in concorrenza non sarà facile per Toti spuntarla perché lui arriva dopo un lavoro certosino e coraggioso che la leader di Fratelli d’Italia sta realizzando da alcuni anni.

Altro discorso sarebbe se Toti e Meloni trovassero il modo di dare vita ad un unico soggetto politico badando però a tenere distinte le due anime, quella conservatrice e sovranista e quella moderata e riformista.

Un rassemblement liberal-conservatore, nello spirito di un “fusionismo” declinato in salsa nostrana, per controbilanciare l’integralismo radicale leghista nell’ambito di una coalizione di destra?

Potrebbe funzionare a patto che non si risolva in un’operazione verticista ma dia la stura a un ampio dibattito politico-culturale, aperto al contributo della società civile desiderosa di dire la propria in spazi aperti al dialogo e all’esercizio della libertà d’espressione.

Sembrerebbe uno scherzo parlare di libertà in casa dei liberali, ma non lo è perché, per quanto possa apparire bizzarro, il vulnus più grave che ha segnato il declino di Forza Italia è stato causato dalla mancanza di pensiero critico all’interno dell’organizzazione.

E se la gente invece che zittita viene invogliata a parlare, vuoi che non abbia tante cose interessanti da dire?

*www.opinione.it   

tutti pazzi per la Civita

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