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Il deprimente spettacolo di scena nelle aule parlamentari

di Pietro Di Muccio de Quattro*

In un articolo perfetto nella forma e nel contenuto, Francesco Verderami, prendendo spunto dalla pruriginosa censura che parlamentari maschi hanno pronunciato a carico di parlamentari donne per l’abbigliamento, ha giustamente ricordato che il rilassamento dei modi di vestire nei Palazzi delle Camere ha radici lontane e principiò quando alcuni deputati condussero vittoriosamente una battaglia contro la cravatta addirittura nelle Assemblee.

A Montecitorio, presidenze corrive (i postumi del ’68 raggiunsero anche il Parlamento!) lasciarono che le smanie degli innovatori diventassero la regola, mentre a Palazzo Madama, soprattutto per merito di Amintore Fanfani, i tentativi degli abolizionisti fallirono e quel grande (sia detto senza ironia) presidente del Senato ordinò ai commessi di vietare l’accesso ai senatori scravattati, a meno che non accettassero d’indossare seduta stante, nelle portinerie, una cravatta fornita dall’amministrazione.

Ed ancora oggi è così, per il sacrosanto decoro del luogo.

Sottolinea Verderami che nella Camera le cose sono peggiorate, da allora.

E non per il guardaroba femminile, cambiato come cambia la moda ma reso più appariscente dall’accresciuto numero delle deputate.

Bensì per progressivo sbracamento del guardaroba dei deputati, che Verderami bolla come “degradante sciatteria e, più delle camicette velate, si contano le camicie aperte su petti villosi, manca solo l’ostentazione di catene d’oro”.

C’è di peggio, forse, infatti non mancano deputati a piedi nudi in sandali da spiaggia e deputati con mocassini senza calze. Insomma, tutto sembra essere oggi ammesso nel dress code dei deputati e, stando alle apparenze, alcune deputate pretendono la parità anche in ciò.

Conclude Verderami che non è questione di forma, ma di sostanza.

Per arrestare il declino, i parlamentari dovrebbero auto-regolamentarsi; se no, dovrebbero intervenire i presidenti,

Ma la questione del comportamento nel vestire è parte minore di un fenomeno che trascende la buona educazione, l’aspetto estetico, lo sgradevole andazzo, e diventa politico e istituzionale nel senso più pieno.

Dunque, non afferisce solo al decoro formale del Parlamento, ma alla sua stessa essenza.

Si chiama Parlamento perché vi si discute e vi si delibera parlando gli uni agli altri, non conversando ma esprimendosi gli uni e ascoltando gli altri.

Accade ormai di rado, per diverse ragioni: l’eloquenza non più coltivata eppure inutile; le posizioni politiche predeterminate; i discorsi scritti; l’avvento della tecnologia, che ha indotto certi parlamentari (parlamentari!) a proclamare l’obsolescenza del Parlamento.

A noi pare francamente indecoroso quanto inconferente alla dignità ed efficacia dei lavori parlamentari che i presidenti delle Camere tollerino nelle commissioni e nelle assemblee che i deputati e le deputate, le senatrici e i senatori passino il loro tempo a telefonare, chattare, “navigare”, usare smartphone, tablet, laptop, mentre un collega rivolge loro la parola e svolge un intervento, per quanto noioso e superfluo.

Questo è il deprimente spettacolo (pressoché specificamente italiano) che purtroppo va in scena nelle aule parlamentari.

Ma dovrebbe essere interrotto.

I presidenti ne hanno il potere e il dovere.

Un Parlamento dove chi parla non è ascoltato perché non lo sta a sentire quasi nessuno è una contraddizione in termini.

I rappresentanti del popolo che impiegano il tempo della discussione parlamentare disinteressandosi di ciò che viene dibattuto non mostrano soltanto scortese indisponenza verso l’oratore, ma anche miope incomprensione della sovrana funzione parlamentare che sono chiamati ad esercitare e che così mostrano di essere inadatti ad adempierla “con disciplina ed onore”, uno specifico dovere prescritto dall’art. 54 della Costituzione.

*www.opinione.it   

tutti pazzi per la Civita

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