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La coerenza non è nel dna dei pentastellati

di Francesco Curridori*

In questi ultimi giorni Beppe Grillo ci ha spiegato che la coerenza, almeno per il M5S, appartiene più allo “scarafaggio”.

Ma noi lo avevamo capito già da tempo...

La coerenza, un tempo, era un pregio degli uomini “duri e puri” che non si piegano come banderuole.

In questi ultimi giorni Beppe Grillo ci ha spiegato che la coerenza, almeno per il M5S, appartiene più allo “scarafaggio”.

M5S, dallo streaming alla figura del 'capo politico'

Che la coerenza fosse un valore estraneo al M5S lo si era capito da tempo.

La trasparenza invocata nei primi mesi della passata legislatura è andata via via sparendo in brevissimo tempo.

Le dirette streaming con Pier Luigi Bersani per la formazione del governo o con Matteo Renzi per il dialogo sulle riforme sono solo un lontano ricordo.

Le trattative per la stipula del contratto di governo con la Lega di Matteo Salvini, infatti, si sono svolte nelle segrete stanze di Palazzo e non certamente alla luce del sole o delle telecamere.

Ancor più lontani sono i tempi dei primi “vaffa day” dove i grillini della prima ora intonavano il coro “no indagati”.

Il grido “onestà onestà” si è infranto davanti ai primi avvisi di garanzia pervenuti ai sindaci Filippo Nogarin, Chiara Appendino e Virginia Raggi.

Per il sindaco di Roma il trattamento privilegiato è stato duplice: il codice etico del M5S è stato modificato proprio per salvare la sua poltrona.

Ora anche la regola del “doppio mandato” è pronta a finire in soffitta per far spazio al “mandato zero”, così come ha annunciato di recente il vicepremier e capo politico del M5S, Luigi Di Maio.

Tutti i voltafaccia di Luigi Di Maio

Con le primarie online del 2017, infatti, i grillini rinunciano, almeno ufficiosamente, al principio “uno vale uno” dal momento che l’ex vicepresidente della Camera, oltre a ottenere la candidatura a premier, diventa anche il “capo politico” del Movimento.

Di fatto è lui a dettare la linea prima e dopo le Politiche del marzo 2018.

Se fino a quel momento il M5S era sempre stato contrario ad alleanze, sia prima che dopo il voto, un anno fa tutto diventa possibile.

Durante le trattative per la formazione del nuovo esecutivo allearsi col Pd o con Matteo Salvini era pressoché identico anche se, a un certo punto, Di Maio dichiarò: “Ogni discorso con la Lega è chiuso”.

Sappiamo, poi, benissimo che chiuso non era e, quel che prima veniva bollato come “inciucio”, nella neo-lingua grillina diventa un “contratto di governo”.

E che dire di Sergio Mattarella? Se in queste ore i pentastellati per risolvere la crisi intendono affidarsi principalmente al presidente della Repubblica, un anno fa Di Maio ne chiedeva l’impeachment.

Ma non solo. In campagna elettorale e, anche immediatamente dopo lo spoglio delle urne, per il capo politico del M5S, il mantra è stato per svariati mesi “Io premier o non se ne fa nulla”, salvo poi spedire Giuseppe Conte a Palazzo Chigi.

Il tutto in barba al divieto assoluto, propagandato fino a quel momento, di non nominare premier delle figure non elette dal popolo.

Un anno fa la giustificazione addotta (alquanto debole) fu che Conte era comunque nella lista dei ministri presentata in campagna elettorale.

L'incoerenza politico-programmatica del M5S

E se Di Maio è incoerente, meglio sarebbe non parlare degli altri esponenti pentastellati.

Grillo, dopo il post di oggi, sembra non aver cambiato idea su Matteo Renzi, ma probabilmente è pronto a cambiare atteggiamento davanti al Pd di Nicola Zingaretti, sebbene fino a qualche giorno fa per tutta la galassia grillina fosse il “Partito di Bibbiano”.

E come dimenticare gli insulti del 2014 quando il comico di Genova pubblicò una parodia di una canzone di Gaber che recitava così: "Mio fratello è del Pd perché aveva ragione Berlusconi quando diceva che chi votava Pd era un coglione".

Di improperi se ne potrebbero citare tanti sia contro il Pd sia contro il Carroccio.

L’ex capogruppo M5S alla Camera nel 2013, Roberta Lombardi, sembra quasi essersi pentita di aver rinunciato a fare un governo con Pier Luigi Bersani e, in un’intervista a Repubblica, ha detto: “Io dopo aver governato con la Lega penso di poter andare d'accordo anche con Belzebù".

Era il 2017 quando il deputato semplice Roberto Fico affermava: “Alleanza con la Lega? Dio ci scampi”. Ora Fico, da presidente della Camera eletto con i voti leghisti, ambisce a diventare premier con i voti dei democratici.

Su Alessandro Di Battista e le sue mancate promesse ci sarebbe da scrivere un libro ma forse basta riportare alla memoria quelle sulle storiche battaglie ambientaliste: No Tap, No Ilva e No Tav sono diventate tutte e tre dei sì.

L’ultimo è stato fatale per le sorti del governo, anche cruciale e dirimente è stato il voto decisivo degli europarlamentari pentastellati a favore di Ursula Von Der leyen, la candidata del duo Merkel-Macron. Un voto che per Salvini significava abbandonare totalmente ogni possibilità di far approvare la flat tax e che, sempre secondo il leader leghista, voleva dire piegarsi all’austerity imposta da Bruxelles.

Austerity che il M5S aveva sempre osteggiato...

*www.ilgiornale.it   

tutti pazzi per la Civita

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