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Il premier lo scalza anche dalla Farnesina

di Domenico Di Sanzo*

I diplomatici bypassano il ministro ritenuto inesperto.

«La politica estera la decide Conte»

Nel Movimento da molti mesi viene accusato di leaderismo esasperato, dipinto come un accentratore di poteri, che non vuole rinunciare alla guida dei Cinque Stelle, né schiodarsi dalle poltrone dei ministeri.

Sotto le insegne gialloverdi prima e giallorosse ora.

La realtà, osservando ciò che accade sia nel M5s, sia nell'attuale dicastero capeggiato da Luigi Di Maio, la Farnesina, però ci restituisce un'immagine abbastanza diversa rispetto a quella del capo assoluto, con in mano le chiavi del primo partito in Parlamento e della politica estera dell'Italia.

Di Maio, con il passare del tempo, sta diventando sempre di più un leader dimezzato, o meglio commissariato.

All'esterno e all'interno.

Quello che sta succedendo tra le correnti dei pentastellati è noto, tanto che l'alleanza con i dem è stata fortemente spinta dal Garante Beppe Grillo e il premier Giuseppe Conte è stato incoronato come nuovo beniamino della platea nell'ultima kermesse Italia 5 Stelle andata in scena a Napoli lo scorso weekend.

Tratte le conclusioni, il capo politico a mezzo servizio ha annunciato una pattuglia corposa di «facilitatori» che saranno chiamati ad affiancarlo nella gestione del M5s: addirittura si parla di un mega-direttorio formato da 80 persone.

Speculare, anche se naturalmente con sfumature diverse, è la situazione nel retropalco del ministero degli Esteri.

Nei corridoi della Farnesina Di Maio è descritto come un capo circondato da decine di satrapi e consiliori ben felici di avere tra le mani il boccino d'oro di una delega complessa come quella degli Esteri.

L'uomo, si sa, non vanta particolari esperienze nel settore, e il corpaccione dei diplomatici ha riacquistato centralità nell'era del politico puro Di Maio.

In ascesa l'influenza del segretario generale Elisabetta Belloni, che avrebbe suggerito al leader M5s la nomina a capo di gabinetto dell'ex ambasciatore a Pechino Ettore Sequi.

Belloni, inoltre, viene considerata come una personalità molto legata al nuovo Commissario Ue Ursula von der Leyen.

La voce che circola, tra i funzionari, è che «Di Maio sicuramente non ha in mano i dossier più importanti».

Ma non sono esclusivamente le feluche a sottrarre spazio al nuovo ministro degli Esteri.

Anche sulla Farnesina aleggia l'ombra del premier Conte. «È lui che gestisce la politica estera», dicono i più maligni.

E questo è proprio uno dei settori dove sarebbe più evidente ed operativa la saldatura tra il presidente del Consiglio e i burocrati di Stato.

«Il partito di Conte», a cui si faceva riferimento a Palazzo Chigi già nella seconda metà dell'esperienza di governo gialloverde.

A titolo di esempio, alcuni menzionano la visita dell'ex avvocato del popolo alla Rappresentanza italiana a Bruxelles durante una delle sue ultime missioni nella capitale delle istituzioni europee.

Un unicum per un premier, dicono.

All'interno del Movimento hanno fatto discutere i retroscena sull'intenzione di Conte di dare il via libera al prosieguo del programma di acquisto degli F-35 americani, storicamente avversato dai Cinque Stelle.

Sul tema, Di Maio ha dovuto far filtrare una nota in cui «fonti del M5s» auspicavano una ridiscussione degli accordi, di fatto l'augurio di un ripensamento da parte del presidente del Consiglio.

A proposito dei caccia Usa, un parlamentare del Movimento parla di «pressioni» che il premier subirebbe «da quello che Dwight Eisenhower definì il complesso militare industriale».

E Di Maio è sempre più stretto tra Conte e Grillo, non solo dentro il M5s.

*www.ilgiornale.it

tutti pazzi per la Civita

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