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Le drammatiche impreparazioni di chi governa

di Paolo Pillitteri*

Siccome la politica, come i fatti, ha la testa dura, si cominciano a intravedere nella stampa i risultati del permanente scontro con i fatti condotto soprattutto dal Movimento 5 Stelle, ma con un fortissimo contagio per Nicola Zingaretti.

Se poi, come ha ricordato il nostro direttore, si assiste alla trasformazione di un fatto politico come l’Ilva in un fatto giudiziario, ecco che la catena degli sbagli si arricchisce di nuovi anelli dagli effetti comunque devastanti.

Su questo sfondo, dove campeggiano le immagini di una Venezia annegata dal Mose e le ciminiere fumanti (per ora) dell’ex Ilva, si staglia grande e grosso quel cartello inneggiante alla politica dei “No” innalzato programmaticamente dai pentastellati, eredi e propugnatori di un giustizialismo ambientalista – composto essenzialmente di luoghi comuni – i cui risultati sono davanti a noi.

Del resto, e a proposito di Pm sempre attivi, da Milano a Taranto, un lucido e impietoso articolo di Carlo Nordio, uno che se ne intende, ha spiegato il come e il perché le procure abbiano assunto un potere, se non “Il” potere, in Italia.

La vicenda del Mose è, come si è scritto, esemplare e illuminante, anche se nella sua complessità emerge soprattutto il degrado del Consorzio nella sua gestione, nella lesina delle risorse pubbliche, nel non aver contrastato gli abusi.

Ma è nel che fare ora che si scontano le drammatiche impreparazioni di chi governa.

Un degrado che è, a sua volta, lo specchio di quello del Paese e che viene replicato nel caso dell’ex Ilva in un quadro nel quale le pulsioni per una giustizia bonne à tout faire confermano, se ce n’era bisogno, quella tragica incapacità che ha buttato dalla finestra la stessa politica delle cose e che ha origini proprio nella bandiera di quei “No” sventolata da anni, auto-indicandosi come protagonisti di un film di guerra, di una fiction trionfante e dall’immancabile happy end, quando, al contrario, quei no sbandierati sono la testimonianza impietosa dell’assenza, della colpevole mancanza, del vuoto di pensiero pentastellato.

Luigi Di Maio era convinto che il suo passaggio dagli entusiasmi per i gilet gialli alle sopraggiunte faccende governative di un Paese al quarto posto fra le potenze mondiali, fosse per lui una passeggiata, allietata dai tantissimi fringe benefits di una collocazione dalla cui vetta dare un’occhiata alle cose del mondo, ma è costretto ora a piantare proprio su questa cima una malinconica bandiera bianca.

Il ricorso a una vera e propria supplenza della magistratura in compiti che sono propri di chi governa e che sono, anzi, la vera missione della politica, non è affatto un arresto né una pausa di riflessione, peraltro obbligatoria, ma conferma, semmai, il senso e il significato di una resa, di una vera e propria capitolazione alla quale qualsiasi tentativo di resistenza con parole e slogan altisonanti ne mostrano i limiti, le incapacità, le carenze: di progetti, di programmi, di idee, di pensiero della politica, quella vera e non quella del “No”.

La politica, negata con quei furbi e facili furori sventagliati contro un Parlamento da aprire con l’apriscatole, si è vendicata, ribaltando contro di loro quei “No” la cui insensatezza parolaia è a sua volta colpita e affondata dall’implacabile rivincita della realtà, del vero, delle cose.

Altro che fiction.

*www.opinione.it

tutti pazzi per la Civita

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