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Un processo senza data di conclusione finale non sarà mai finito

di Vincenzo Comi (*)*

Intervento pronunciato in occasione della maratona oratoria organizzata a Roma dall’Unione delle camere penali per la verità sulla prescrizione.

Buonasera a tutti e grazie all’Unione degli avvocati penalisti italiani che ha lanciato questa straordinaria iniziativa che in questa settimana ha riscosso un successo altrettanto straordinario.

Abbiamo visto colleghi venire da ogni parte d’Italia e prendere la parola con entusiasmo e con grande passione.

E grazie agli organizzatori e ai miei colleghi della Camera Penale di Roma che hanno contribuito con la presenza costante nella riuscita di questa maratona oratoria. Maratona oratoria che è una occasione eccezionale per noi avvocati penalisti abituati a parlare nei tribunali ai giudici e ai magistrati e che questa volta – per la prima volta direi – abbiamo tolto la toga e siamo scesi in piazza per parlare direttamente ai cittadini per denunciare gli effetti devastanti che avrà sulle persone questa sciagurata riforma della prescrizione.

Abbiamo parlato da questa postazione nella piazza dove ha sede la Corte di Cassazione ininterrottamente dal 2 dicembre per dodici ore al giorno, anche sotto la pioggia e al freddo di questo inverno romano.

E al freddo del clima ha fatto eco il freddo della politica, che ancora mantiene ferma una riforma della prescrizione approvata nel solco di quel populismo penale che ha caratterizzato il Governo giallo-verde e sembra proseguire anche in quest’ultimo.

Se non interverrà una modifica legislativa dal 1 gennaio 2020 la prescrizione dei reati sarà interrotta dopo la sentenza di primo grado, sia essa di condanna che di assoluzione, con la conseguenza che in assenza di un termine per la celebrazione e la conclusione del processo l’imputato e la persona offesa resteranno coinvolti in un processo senza fine.

In sostanza la fissazione del processo di appello sarà a discrezione del giudice, in base al carico di lavoro o alla disponibilità di magistrati.

E solo a titolo di cronaca è doveroso segnalare che oggi alla Corte di Appello di Roma sono pendenti 40mila processi in attesa di fissazione.

Il problema non è la prescrizione in sé o la sospensione dopo la sentenza, il problema è l’effetto che questa riforma produrrà, che è quello della mancanza di un termine per la conclusione del processo: fine processo mai.

È un principio inaccettabile in uno stato di diritto, è un principio da giustizia medievale. E il rischio riguarda tutti i cittadini che possono essere coinvolti in un processo.

Abbiamo tante storie da raccontare di persone sono state difese e che hanno subito pregiudizi irreparabili dalla pendenza di un processo, sia perché si sono trovate come imputati e sia come vittime del reato.

Ricordo un ragazzo sospeso dal servizio in un ufficio pubblico dopo essere stato accusato di un reato contro la Pubblica amministrazione che solo dopo due gradi di giudizio ha visto riconosciuta la propria innocenza, come ho visto medici coinvolti in processi per responsabilità professionale pregiudicati gravemente a livello lavorativo dalla pendenza del processo.

Vittime di incidenti stradali o di infortuni sul lavoro che sono rimasti in attesa di una sentenza per anni, con conseguenze drammatiche su di loro e sulle loro famiglie.

Ecco, la conseguenza di questa nuova legge sulla prescrizione è proprio quella di procrastinare all’infinito la durata del processo.

Senza prevedere un termine che dovrebbe essere un dato pacificamente condiviso in uno stato di diritto, ma che nel solco del populismo penale che domina i nostri tempi induce paradossalmente il ministro della Giustizia ad affermare contro ogni sensato argomento che si tratta di una conquista di civiltà.

La conquista di civiltà si ha quando si fanno passi avanti sui diritti fondamentali di ogni persona, quando si sviluppa lo stato di diritto, si conquistano diritti e non quando si svendono i principi costituzionali sull’altare della propaganda politica.

Questa è una occasione straordinaria che vede oltre 1000 penalisti parlare direttamente alla gente, parlare dei diritti delle persone lontani dal mondo giudiziario.

Questa è la forza della nostra associazione che tutela i diritti dei cittadini perché in fondo la professione di avvocato si svolgerà anche di fronte ad un processo infinito.

Ma la nostra associazione non “tira quattro paghe per un lesso” come abbiamo visto fare solo qualche giorno fa ai magistrati a Genova davanti al ministro, noi siamo qua per la difesa dei diritti dei cittadini senza se e senza ma e continueremo a parlare alla gente la cui maturità culturale è molto più avanti di quella della politica.

Grazie, evviva l’Unione delle camere penali.

(*) Avvocato penalista del Foro di Roma e vicepresidente dell’Ucpi di Roma

*www.opinione.it

tutti pazzi per la Civita

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