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Prima si vota il referendum

di Massimiliano Scafi*

Linea attendista del Colle: ancora non siamo di fronte a una crisi. Impossibile sciogliere le Camere adesso.

Ha scritto a Xi Jinping, si è fatto fotografare con i cinesini delle scuole elementari romane, ha persino organizzato un concerto nella Cappella Paolina con la pianista Jin Ju.

Ma ricucire con Pechino, infuriata con il governo italiano per le misure sanitarie contro il coronavirus, gli sembrerà una passeggiata di salute.

Il vero lavoraccio, la mission impossible di Sergio Mattarella, sarà infatti mettere pace tra Giuseppe Conte e Matteo Renzi.

Una operazione diplomatica delicatissima, che potrebbe scattare stamattina, se lo scontro interno continuerà e se il presidente avrà voglia e spazio per un'ennesima mediazione.

Il premier ha chiamato il Quirinale e ha chiesto di essere ricevuto.

Un incontro che ufficialmente, spiegano dal Colle, «allo stato non è in agenda» e che però non si può nemmeno escludere visti i chiari di luna: lo smarcamento continuo di Italia Viva, la rissa sulla prescrizione, la minaccia di una mozione di sfiducia contro Bonafede, l'assenza delle ministre renziane alla riunione a Palazzo Chigi, lo sfogo duro di Conte, la replica urticante del senatore di Rignano.

Tutto ciò mette a rischio la stabilità dell'esecutivo e in forte allarme il presidente della Repubblica.

Vero che nessuno nella coalizione vuole il voto, ma è altrettanto vero che basta niente per provocare l'incidente.

E Mattarella si prepara alla bisogna con il suo consueto atteggiamento, la forza tranquilla del disincanto.

Primo punto: bisognerà capire se davvero il premier salirà sul Colle. «Vediamo che cosa succede stanotte...», dicono al Quirinale.

Secondo: i vertici di questo tipo sono routine, non c'è nulla di insolito se Conte vuole incontrare il capo dello Stato.

Terzo: non è affatto detto che Giuseppi intenda gettare la spugna. Anzi, più probabilmente informerà Mattarella della situazione, ascolterà qualche consiglio, chiederà una mediazione.

Il presidente, al momento, non ha ancora fissato una strategia. O meglio, seguendo la linea stabilita nelle due precedenti crisi, deciderà volta per volta e affronterà i problemi «solo se e quando si presenteranno».

Così ha fatto durante le lunghe trattative che hanno portato alla nascita prima dell'esecutivo gialloverde e poi di quello giallorosso, così farà anche a partire da oggi.

In più, non siamo di fronte a una vera crisi di governo. Non ancora almeno, Conte potrebbe reggere.

E se «per caso» cadrà, Mattarella procederà a una rapida consultazione delle forze politiche per capire in fretta se ci saranno dei margini per riavvicinare le parti o se i contendenti si mostreranno più coriacei dei cinesi.

Una cosa è certa, che comunque non potrà sciogliere subito le Camere.

C'è, prima, il referendum sul taglio dei parlamentari fissato per il 29 marzo.

Poi toccherà armonizzare le leggi elettorali, ridisegnare i collegi, emettere i decreti.

In caso di crisi, se davvero non resterà Conte a Palazzo Chigi, spetterà a un governo tecnico portare il Paese alle urne, a fine primavera.

Ma, come dicono dal Colle, un problema alla volta.

*www.ilgiornale.it

tutti pazzi per la Civita

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