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Gira e rigira, si torna sempre più spesso a parlare di elezioni anticipate

di Paolo Pillitteri

Anche l’ultima minaccia del Partito Democratico alla tigre di carta impersonata da Matteo Renzi rientra in questa guerra, sullo sfondo di una conseguente elezione anzitempo, sia pure con l’accompagnamento, niente affatto amichevole, di un avvertimento di una nuova maggioranza in fieri, per liberarsi della tigre di cui sopra sostituendola con un gruppo di responsabili, come si dice alla Scilipoti, peraltro più facile a dirsi che a farsi.

Che sia però il solito Matteo Salvini (con Giorgia Meloni) a invocare quotidianamente la crisi del Conte bis con inevitabile (inevitabile?) ricorso alle urne, è abbastanza logico dati i rispettivi trend: in crescita quello della leader di Fratelli d’Italia, stabile con sintomi decrescenti quello di Salvini con relative speranze.

Il caso di Forza Italia è diverso nonostante le assicurazioni di Silvio Berlusconi ai due alleati, concordanti su crisi immediata e subito elezioni anticipate.

Abbiamo detto caso, ma in realtà bisogna parlare di interesse politico non soltanto osservando la decrescita berlusconiana (che non è stata e non è un caso) ma guardando alle sue vere possibilità di riavere un ruolo nell’alleanza modificando, anche in modo soft, il rapporto con la Lega contraddistinto fino ad ora da una sorta di agire pedissequo che non ha giovato alle ispirazioni e aspirazioni centriste di una Forza Italia che proprio in nome della centralità avevo guadagnato consensi utili a governare, attirando il leghismo nordico bossiano (e maroniano) in un’orbita rovesciata rispetto alla “Lombardia per prima”.

Del resto, la recentissima presenza romana del successore Salvini sembra rientrare in tale orbita, al di là delle consuete sparate del caratteristico demagogismo; più per i media che per gli elettori interessati, vedi le non del tutto soddisfatte risposte di un ceto imprenditoriale e produttivo privato della Capitale e del Lazio.

Sparate che invece non sono frequenti nell’eloquio comiziante di una Meloni che sa benissimo come una conversione al centro del suo “nuovo” partito, è tanto più premiata quanto più credibile per l’argomentazione e la stessa fedeltà ad un’impostazione ab origine non variabile da smentite e contro-smentite.

Anche Renzi non può augurarsi l’anticipo elettorale – col pensiero anche alla elezione del Capo dello Stato fra circa due anni e con questo Parlamento – nonostante le minacciose puntate contro quel ministro Alfonso Bonafede – che è bensì il bersaglio preferito per il giustizialismo con cui opera nel suo ministero e del quale il no alla prescrizione è la punta dell’iceberg di una gestione ispirata ai canoni più retrivi di una giustizia debitrice, nella sua essenza, al fascistissimo Codice Rocco – ma è l’intera compagine grillina della quale Renzi vorrebbe disfarsi, avendo capito, fin da subito dopo la creazione da lui voluta del Conte bis, la reale natura e portata pentastellata che mischiavano e mischiano un populismo d’accatto con un giustizialismo fondato sulle manette e, nei retropensieri, su speciali lager per i colpevoli.

Ma, come va ripetendo il leader di Italia Viva, le elezioni anticipate (intanto con la cacciata di Bonafede) non rientrano nel suo schema che è invece teso al cambio di questo Governo, ma senza specificare con quale nuova alleanza, a meno che la recentissima telefonata con Berlusconi non socchiuda qualche porta in quella direzione.

Ma sembra un percorso a dir poco accidentato, oltre che rovesciato. Fermo restando che per quanto attiene i grillini il fantasma dell’anticipo delle urne li perseguita e, non a caso, ne evitano qualsiasi evocazione riservandole al quotidiano messaggio, l’unico che conoscono, dell’antiparlamentarismo più becero ma funzionale a quel giustizialismo con oggetto le prediche furibonde in nome di un’antipolitica percorsa da ombrature nazi-staliniste.

Restano le truppe di Nicola Zingaretti che, reduci dal successo in Emilia-Romagna, possono ipotizzare un’elezione anticipata a loro favorevole ma non ignorano che, in tal caso, favorirebbero soprattutto Salvini e Meloni regalando loro Camera e Senato che eleggerebbero un Presidente della Repubblica molto probabilmente con un occhio (e non solo) di riguardo ai progetti salviniani.

*www.opinione.it

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