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La montagna renziana ha partorito un topolino

di Cristofaro Sola*

Avrebbe dovuto essere la notte della svolta.

Invece, la montagna renziana ha partorito un topolino.

Parliamo della partecipazione di Matteo Renzi alla trasmissione televisiva di Bruno Vespa, “Porta a Porta”.

In un mondo normale, dopo settimane di duro scontro politico, il principale oppositore interno alla maggioranza avrebbe dovuto rompere gli indugi e annunciare il ritiro della delegazione di Italia Viva dal Governo.

Non è accaduto. Non poteva accadere.

Perché un conto è la “narrazione renziana” che è propaganda demagogica ad uso mediatico, altro è la capacità di assumere la responsabilità delle scelte irrevocabili.

Renzi questo coraggio non lo ha.

E non se lo può dare, visto che la condizione contrattuale con la quale ha convinto alcuni deputati e senatori del Partito Democratico a seguirlo nell’avventura di Italia Viva è di garantirne la permanenza in Parlamento fino alla fine naturale della legislatura.

Ecco allora il topolino scodellato a “Porta a Porta”: tenere in costante fibrillazione la compagina governativa.

Non che il Paese ne guadagni.

A lucrare un’oncia di visibilità mediatica da un’overdose di tatticismo è lui, l’ex-enfant prodige della politica italiana che negli anni in cui aveva il vento in poppa è riuscito nel capolavoro di deludere amici e nemici.

Sebbene al momento non abbia tirato fuori un ragno dal buco, la performance dell’altra sera è servita a confondere le acque peggio di quanto già non lo fossero di loro. Pur di trascinare le opposizioni di destra nei suoi giochi di palazzo, Renzi ha pensato bene di lanciare la proposta della trasformazione della figura del presidente del Consiglio nel “sindaco d’Italia”.

L’idea è di un premier non più nominato dal Capo dello Stato che va in Parlamento a chiedere la fiducia ma un leader con effettivi poteri decisionali, eletto direttamente dal popolo e che duri per l’intera legislatura. In via di principio, non sarebbe una cattiva idea.

D’altro canto, è noto che una battaglia identitaria delle destre è il passaggio al presidenzialismo. Peccato che, come formulata dal senatore di Scandicci, la riforma cardinale del sistema di governo sia una polpetta avvelenata.

Alla luce della credibilità del proponente, che è pari a zero, la proposta è destinata ad essere archiviata come l’ennesimo bluff del fu “Rottamatore”.

Se Renzi avesse avuto davvero intenzione di imprimere una spinta al sistema-Paese avrebbe dovuto cominciare con una mossa d’apertura vera per essere creduto dai suoi potenziali interlocutori. Quale?

L’immediata sfiducia al Conte-bis, con conseguente apertura della crisi di governo, richiesta al Presidente della Repubblica di scioglimento anticipato delle Camere e indizione di nuove elezioni.

Soltanto a queste condizioni il “piccolo padre” di Italia Viva avrebbe avuto qualche chance di contrattare con le forze uscite vincitrici dalle prossime urne l’avvio di una stagione costituente allargata a tutte le forze presenti in Parlamento. Invece, siamo alle solite. Renzi vuole tenersi la botte piena e la moglie ubriaca.

Teme di essere definitivamente espulso dalla politica per effetto di una sonora bocciatura elettorale perciò non vuole che si voti, ma nel contempo vorrebbe contare di più di quello scarno 4 per cento che i sondaggi gli assegnano e per questo scopo strepita, dà di matto ma non osa puntare la pistola e fare fuoco contro il Conte-bis.

Come nel caso del suo farsesco “penultimatum”: entro Pasqua, se il Governo non avrà ritirato il cosiddetto lodo Conte sulla prescrizione, Italia Viva presenterà una mozione di sfiducia contro il ministro grillino della Giustizia, Alfonso Bonafede.

Quando mai s’è visto che un capo politico lanci un attacco a efficacia differita?

È concepibile che si dica: o ritiri quel provvedimento o tra un po’, in un tempo non precisato, ti sfiducerò? Va bene l’astuzia ma la serietà, ingrediente indispensabile dell’agire politico, dov’è finita?

Comunque sia, Renzi ha fatto la sua mossa.

Si pensava che sparasse una cannonata e invece lo schioppo di “Capitan Fracassa” era caricato a salve. Nessuno si è fatto male.

Nondimeno, chi si è sentito messo nel mirino ha provato una certa strizza e ha deciso di correre ai ripari. Renzi minaccia di lasciare la maggioranza?

Giuseppe Conte e la sua corte dei miracoli lavorano per reclutare in Parlamento “responsabili” da sostituire agli inaffidabili della pattuglia di Italia Viva.

Il “Rottamatore”, cattivo sui generis, ha sottovalutato Giuseppe Conte, il finto buono.

L’“avvocato del popolo”, come ama farsi chiamare, è il ragazzo con la valigia che dalla provincia del profondo Sud, dalla Foggia che fatica a stare al passo con il resto del Paese, sbarca nella Capitale per conquistare il cielo.

La sua scalata professionale, dagli studi universitari di giurisprudenza a “La Sapienza”, ha successo.

Frequenta gli ambienti giusti. Carriera professionale e universitaria ben si conciliano.

Il suo aspetto s’ingentilisce: fa il dandy, con tanto di chioma ordinata all’ultima moda e pochette nel taschino della giacca.

Ma sotto la superficie resiste la scorza dell’uomo caparbio. E vendicativo.

Conte fa il brillante ma si para, come fosse uno scudo, dietro il santino di Padre Pio.

L’aplomb british è di facciata, lo sguardo tradisce il cinico conoscitore delle umane debolezze, studiate attraverso le lenti deformate delle bevute al bar degli universitari, ammazzando al biliardo, tra una carambola e una goriziana, la solitudine del fuori-sede.

Adesso Renzi è il diavolo, e lui cattolico nel midollo sa ciò che gli è stato insegnato al catechismo: con il demonio non si scende a patti, lo si scaccia.

Cosa aspettarsi di concreto nelle prossime settimane? In apparenza, nulla di sconvolgente.

Si andrà avanti col teatrino di Renzi che un giorno chiede d’incontrare il premier per chiarire i rapporti una volta per tutte, come ha annunciato ieri, e nello stesso giorno non si presenta in aula al Senato a votare la fiducia al Governo sulla riforma delle intercettazioni.

Ma è nelle acque profonde del potere che si registreranno le onde del sisma.

Si comincerà dalla partita delle nomine ai vertici delle grandi aziende di Stato e delle partecipate, dove Renzi vorrebbe combattere la madre di tutte le battaglie.

Conte, con il sostegno convinto del Partito Democratico che vuole vedere morto (politicamente parlando) il suo ex segretario transfuga non meno di quanto lo desideri il premier, tra proroghe negli incarichi e sostituzioni mirate con propri uomini di fiducia farà di tutto per lasciare l’odiato nemico a bocca asciutta.

Il cambiamento sarà graduale ma si fermerà solo quando tutta la governance dell’apparato economico afferente allo Stato sarà ridefinita a sua immagine.

E se il disturbatore dovesse protestare, la risposta sarà sempre pronta e uguale: se non ti sta bene quella è la porta, ben consapevole che Renzi se andasse via sarebbe finito. Il tutto per reggere lo status quo fino alla verifica delle Regionali in tarda primavera.

La notte dei risultati l’avvocato Conte non si preoccuperà di chi avrà vinto o perso e neppure di quanto ancora saranno sprofondati i grillini.

L’unica cosa che catturerà la sua attenzione sarà il risultato di Italia Viva ovunque sia presente con una propria lista.

In particolare in Toscana, la roccaforte del giglio magico, dove il senatore di Scandicci obtorto collo si giocherà la sopravvivenza in politica.

E le opposizioni?

Pare che stavolta l’abbiano capito: non c’è altro da fare che restare a guardare.

Almeno fino a dopo il voto per le elezioni regionali.

Se l’autodistruzione in atto nel campo della sinistra dovesse proseguire, la destra plurale potrebbe a quel punto provare ad alzare il tiro con il Quirinale per un voto anticipato in autunno.

Con un risultato tennistico nelle 6 regioni chiamate alle urne, del tipo 5-1 o un miracoloso 6-0, il presidente Sergio Mattarella avrebbe un bel problema a tenere in piedi con lo sputo un governo di sfiduciati dal popolo.

*www.opinione.it

tutti pazzi per la Civita

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