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La storia è maestra di vita e invita alla cautela.

di Andrea Muratore*

Nei tre decenni seguiti alla riunificazione tedesca più volte Berlino ha visto nell’Italia un Paese instabile e problematico su cui “scaricare” i costi delle sue politiche interne, della centralizzazione del suo potere in Europa e delle riforme agognate per il suo sviluppo.

Lo stiamo vedendo in queste settimane con il duello tra rigoristi del Nord e Paesi mediterranei sugli Eurobond di cui tanto si discute come risposta alla crisi del coronavirus.

Lo abbiamo visto negli anni scorsi con il bagno di sangue dell’austerità, delle riforme sistemiche e dei tagli alla spesa pubblica imposti ai Paesi del Sud Europa dall’impennata degli spread su cui aleggia il sospetto di una spinta finanziaria tedesca.

Ma il caso maggiormente emblematico di questo atteggiamento risale agli albori della Germania riunificata, a quel drammatico 1992 che fu anno di svolta per il nostro Paese.

In molti ricordano l’assalto speculativo di George Soros alla lira nel “mercoledì nero” del 1992: il magnate ungaro-americano attaccò la moneta italiana vendendo lire allo scoperto sui mercati finanziari, realizzando un forte profitto, ma nessun finanziere d’assalto avrebbe il potere di mettere in ginocchio un grande Paese come l’Italia senza una sponda politica esterna.

Nonostante un contesto segnato dallo sgretolamento del sistema di potere della Prima Repubblica, da Tangentopoli, dall’assalto mafioso al cuore dello Stato e dalle conseguenze economico-finanziarie del trattato di Maastricht che avevano spinto il governo di Giuliano Amato a compiere un prelievo forzoso sui conti correnti nazionali nessun segnale lasciava presagire un tracollo della lira prima dell’arrivo di notizie problematiche dalla Germania.

A raccontarlo è stato lo stesso Soros in un intervento pubblico a Udine del 2013:

“L’attacco speculativo contro la lira fu una legittima operazione finanziaria.

Mi ero basato sulle dichiarazioni della Bundesbank, che dicevano che la banca tedesca non avrebbe sostenuto la valuta italiana. Bastava saperle leggere”.

Soros non mente: la banca centrale tedesca, infatti, si era disimpegnata dalla scelta di difendere il regime di cambi fissi del Sistema monetario europeo quando il suo presidente Helmut Schlesinger aveva dichiarato che l’unione monetaria europea basata sull’European currency unit non era “un’unità monetaria omogenea”, facendo riferimento in particolar modo alla debolezza della lira.

Theo Waigel, ministro delle Finanze tedesco, definì insensata la prospettiva di difendere la permanenza italiana nello Sme, la cui fine fu indotta dall’attacco di Soros e dal fatto che Roma bruciò in un mese 30mila miliardi di lire per sostenere la sua valuta sul mercato.

La Germania aveva necessità di varare una stretta sui tassi per rendere sostenibile la sua politica di riconversione monetaria 1 a 1 con il marco dell’ex Germania Est, che gli economisti stimavano invece valere solo un quarto di quello dell’Ovest.

Fu l’inizio del tracollo dell’ex Ddr, della costruzione di un “muro economico” che oggi divide ancora il Paese, della scelta tedesca di vincere in Europa le sfide interne.

La Bundesbank varò la stretta creditizia per drenare moneta dai mercati, la Banca d’Italia dovette adeguarsi coi tassi, il rendimento dei Btp si impennò, crebbe di conseguenza il debito pubblico e la lira finì per indebolirsi, prima che Berlino la esponesse alla speculazione non ritenendo più funzionale la sua permanenza nello Sme di fronte a valute meno esposte alla svalutazione.

Una lezione per il presente.

Evitare che Berlino possa dividere l’energica risposta interna alla crisi del coronavirus da un atteggiamento da “baro” sul fronte europeo è cruciale perché l’Italia non paghi, sotto forma di fondo salva-Stati e conseguente austerità, nuovamente un prezzo salato.

La storia è maestra di vita e invita alla cautela.

*it.insideover.com

tutti pazzi per la Civita

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