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La difesa della sanità pubblica al passo con la tutela dell’economia

di Arturo Diaconale*

Un Paese che ha alle spalle la contrapposizione tra Mario e Silla, tra Cesare e Pompeo, tra Ottaviano e Marco Antonio.

E poi, nel corso dei secoli successivi tra la Chiesa e l’Impero, guelfi e ghibellini, Montecchi e Capuleti per non parlare delle divisioni di chi stava con Cavour e chi con Mazzini, chi con Franceschiello e chi con Garibaldi, chi con i fascisti e chi con gli antifascisti, chi con la Dc e chi con il Pci fino ad arrivare negli anni più recenti chi con Berlusconi e chi contro il Cavaliere.

Dunque non c’è da stupirsi se oggi si assiste ad una nuova divaricazione tra rigoristi e ripresisti.

Rifarsi alla vocazione bipolare della politica e della cultura nazionale per registrare quanto si sta manifestando nella fase più avanzata del coronavirus nel nostro Paese appare però eccessivo e fuori luogo. Lo scontro in atto non può essere paragonato a nessuno di quelli del passato, tranne che a quello verificatosi dur

ante gli anni di piombo e, in particolare, durante il sequestro di Aldo Moro, tra il cosiddetto “partito della fermezza” ed il “partito della trattativa”, tra lo schieramento che in nome della salvezza della Repubblica invocava il massimo del rigore contro il terrorismo delle Brigate Rosse e lo schieramento, in realtà minoritario, che in nome dei valori umani non si opponeva ad una eventuale trattativa con i brigatisti pur di salvare la vita del leader democristiano.

Il partito della fermezza di oggi pone come esigenza primaria la difesa della sanità pubblica e sostiene che solo il massimo del rigore nel rispetto del blocco delle relazioni sociali e delle attività produttive stabilito dal governo possa consentire di battere la pandemia e creare le condizioni per una fine dell’emergenza che non segnerebbe comunque il ritorno al modello di vita del passato.

A sua volta il partito contrapposto, quello della ripresa, insiste nel rilevare come la tutela della salute debba andare di pari passo con la tutela dell’economia e della produzione e chiede di prevedere tempi e modi per l’avvio del processo di ritorno alla normalità per evitare il rischio che la ripresa non possa mai verificarsi a causa della desertificazione del sistema economico, finanziario e produttivo del Paese provocata dall’eccesso di rigore della fase emergenziale.

Il confronto tra queste due posizioni potrebbe essere considerato fisiologico in una democrazia liberale come la nostra.

Se non fosse che, come negli anni Settanta, non fosse segnato dalla convinzione dei rigoristi di essere portatori non solo della verità ma anche dell’etica e della moralità in contrapposizione ad irresponsabili ed immorali per nulla preoccupati della salute degli italiani e dello Stato, ma solo dei propri personali interessi di bottega.

Una convinzione che porta automaticamente a considerare traditore e sabotatore chi la pensa in maniera diversa e, automaticamente, ad instillare nei “ripresisti” il timore che i rigoristi siano pronti ad approfittare dell’emergenza del coronavirus per dare vita ad uno Stato etico retto da un regime autoritario ed illiberale.

Sbaglia chi pensa che la contrapposizione tra rigoristi e ripresisti sia solo una riedizione in formato minore della spaccatura degli anni Settanta.

Da allora ad oggi sono passati quasi cinquant’anni e da quella lacerazione il Paese non si è mai ripreso del tutto.

La lacerazione odierna potrebbe provocare conseguenze altrettanto negative ancora più a lungo!

*www.opinione.it

tutti pazzi per la Civita

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