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Giuseppe ConteEcco cosa succederà a Berlino

di Lorenzo Vita*

Giuseppe Conte finisce il tour europeo a Berlino e Bruxelles.

Incontri di altissimo livello di cui uno, quello con Angela Merkel, segnerà la conclusione di un tour che doveva essere il trionfo del premier ma che rischia invece di trasformarsi in una clamorosa sconfitta.

Il pericolo “nulla di fatto” è nell’aria e le reazioni ricevute da Conte non sono certo state quelle che si aspettava.

Pubblicamente, nessuno ha voluto dare un segnale di vera attenzione nei confronti degli interessi italiani né della strategia pensata da Palazzo Chigi per gli aiuti europei.

Gli alleati si sono mostrati meno alleati di quanto si potesse credere, mentre gli avversari si sono rafforzati, consapevoli che Roma, in fondo, non potrà dire nulla di diverso da quanto deciso dai vertici dell’Unione europea.

Il primo segnale d’allarme per l’Italia non è arrivato dal grande “nemico”, i Paesi Bassi di Mark Rutte, ma da una delle tappe che dovevano segnare il percorso trionfale del presidente del Consiglio, e cioè Madrid.

Il Pedro Sanchez doveva essere l’alleato da cui partire per provare a battere cassa al fronte del Nord guidato dai super-falchi e dalla regia di Merkel.

Ma nonostante le notizie su un presunto asse italo-spagnolo per scardinare il blocco dei “frugali” e convincere la Merkel, quella di Madrid è stata una tappa molto meno felice di quanto abbiano detto diversi esponenti della maggioranza.

Dalla Spagna non è arrivata alcuna reale presa di posizione in favore dell’Italia, ma anzi, il premier spagnolo, rivolgendosi in conferenza stampa al suo omologo italiano, ha detto una cosa molto chiara: gli strumenti europei sono fatti per essere utilizzati.

Tradotto per chi non lo comprende: il Mes c’è e se serve va utilizzato. Una doccia gelata per Palazzo Chigi che non sono vuole evitare di portare in parlamento il dibattito sul Meccanismo europeo di stabilità, ma vorrebbe anche evitare di utilizzarlo a ogni costo.

Con il piccolo problema che tutti i partner europei vogliono che l’Italia lo utilizzi dopo averlo “cucito” proprio per la crisi italiana.

Da Madrid quindi nessuna vera alleanza, ammesso che ce ne sia mai stata una.

Dal Portogallo invece era arrivata una “benedizione” di Antonio Costa, ma è chiaro che il placet di Lisbona conta fino a un certo punito.

E il problema è che il fronte mediterraneo ha abbandonato Conte senza che lui se ne sia accorto.

Così come ha fatto la Grecia, che attraverso le parole molto franche di Kyriakos Mitsotakis ha candidamente ammesso che Atene con la Troika ha già dato.

Quindi niente Mes, fondi particolari o prestiti.

Incassata la “pacca sulle spalle” iberica, Conte è partito per il tour del nord.

Con risultati decisamente poco felici.

Il viaggio in Olanda, con il vertice con l’omologo Rutte, si è trasformato in una vera e propria sconfitta in cui i due leader hanno detto chiaramente che pur ritenendo ottimo dialogare in vista del consiglio europeo della prossima settimana, permangono divergenze.

E non sono certo di poco conto visto che i Paesi Bassi vogliono prestiti invece di sussidi e riforme certe da parte dell’Italia oltre a un sensibile taglio del budget messo a disposizione dell’Europa, che la Merkel ha già definito in 250 miliardi in meno rispetto ai 750 previsti.

Il vertice italo-olandese, a parte le parole di facciata, in realtà si è svolto come previsto.

Nessuno credeva nella folgorazione di Rutte sulla via di Damasco e quelle parole di Gert Wilders sul “non dare un cent all’Italia” sono state la ragione più forte per evitare a Rutte parole di apertura: il rischio di un crollo nel consenso è troppo forte in un Paese che sente molto la questione di versare soldi ad altri.

Uno scontro culturale che però può anche essere utile al governo olandese, che può fare la voce grossa per rinsaldare il suo blocco elettorale e poi ottenere dall’Italia il via libera alle riforme. Una in particolare è quella richiesta dai falchi: via Quota 100.

E dopo il dl semplificazioni, l’impressione è che i giallorossi daranno il semaforo verde anche a un cambio di regole sulle pensioni.

Nel frattempo le richieste di riforme sono arrivate a pioggia anche da altri governi europei, in particolare da Sebastian Kurz, che in Europa continua a chiedere a gran voce che l’Italia faccia i suoi compiti con riforme chiare e ricordando che Roma dovrà dire all’Europa come intende spendere i soldi.

E così si è allargato il fronte di chiede a Conte di fare le cose: non solo la Germania, non solo l’Olanda, ma anche l’Austria e la Spagna dell'”alleato” Sanchez.

Insomma, Conte non ha incassato alcun placet, ma solo una certezza: l’Europa vuole che Palazzo Chigi si impegni in quello che chiede Bruxelles.

L’Italia è già di fatto commissariata e per il governo la partita sul Recovery Fund di fatto è chiusa, non è una questione di quanti soldi metterà a disposizione l’Europa, ma di quanto sarà disposta a concedere e chiedere all’Italia.

Partita che per adesso sembra decisamente iniziata male e il segnale per il premier è arrivato da una strana frase di Merkel citata da Luigi Di Maio – “Mi hanno parlato bene di lei”.

Un avvertimento su un possibile turn-over o il segnale che a Berlino l’idillio potrebbe finire senza garanzie di riforme? Per ora quello che è certo è che a Berlino la partita sarà molto semplice, la Cancelliera vorrà che Conte dica “sì”.

Possibilmente a tutto, ma basteranno le riforme dettate dall’Ue.

*it.insideover.com

tutti pazzi per la Civita

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