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I prolegomeni della fine

di Augusto Minzolini*

Nove e trenta del mattino. A Piazza Colonna, davanti a Palazzo Chigi, incontri uno degli ingegneri politici del ventennio berlusconiano, quel Denis Verdini, che per i rapporti famigliari con un Matteo e quelli privilegiati con l'altro Matteo, ha un osservatorio attento e distaccato sugli accadimenti della terza Repubblica.

«Il problema oggi spiega alla luce di una lunga esperienza è il narcisismo. Tutti si piacciono, pensano di fare quello che vogliono, senza seguire una logica.

Renzi, ad esempio, votando per la messa in stato d'accusa di Salvini al Senato, di fatto ha chiuso con la politica: il Pd lo odia e ora nel centrodestra nessuno si fida di lui.

Salvini ormai dovrebbe essersi convinto che le elezioni anticipate non ci saranno.

Lo capirebbe anche un politico di terza fila: con la riduzione dei parlamentari nessuno vuole andare a votare.

I grillini sono pronti a fare qualsiasi cosa per non andare a casa.

Ma proprio per questo se ci fosse più di pragmatismo ci sarebbero gli spazi per fare un altro governo e, addirittura, per evitare che l'elezione del prossimo capo dello Stato diventi roba solo dei giallorossi: fatti i conti al centrodestra mancano solo quaranta voti per eleggere un presidente non figlio di questa maggioranza alla quarta votazione per il Colle.

Il problema è che tutti questi leader hanno dei must su cui sono nati, si cui si sono piaciuti e non riescono a cambiare strategia.

Salvini, ad esempio, dovrebbe sposare il sovranismo europeo, non quello nazionale».

Eh già: le leadership del momento sono contagiate dal narcisismo.

Nessuna ne è immune.

Basta analizzare le interviste di Giuseppe Conte: una lunga sequenza di «io», «io», «io».

Sono i prolegomeni della fine.

L'attenzione spasmodica al proprio ego, infatti, fa perdere di vista la realtà, i problemi.

Basta guardare alla fattura dei provvedimenti legislativi: lunghi, pieni di contraddizioni, di tortuosità giuridiche, frutto di riunioni fiume e di maratone dialettiche.

Il ritratto dell'avvocato d'affari.

Sull'ultimo decreto Semplificazione sono state aggiunte otto parole, dicono su suggerimento dello staff della Raggi, che hanno vincolato tutta l'edilizia romana: non si può cambiare nulla non solo nel centro storico, ma neppure al Trullo.

Risultato: nella Capitale, ma non solo, invece, di rilanciare l'edilizia, l'hanno bloccata.

E dato che tutti sono innamorati di se stessi, nessuno cambia spartito, siamo in piena paralisi e va avanti un governo che batte tutti i primati.

Ieri il sottosegretario 5stelle Manlio Di Stefano, pur essendo agli Esteri, ha dimostrato di non conoscere la geografia: ha scambiato la Libia con il Libano, facendo scuola visto che un'altra grillina, Elisa Pirro, per l'esplosione a Beirut ha espresso «vicinanza al popolo libico».

«Con tutto il narcisismo che c'è in giro si lamenta il leghista Giancarlo Giorgetti la situazione non esploderà, semmai collasserà».

Dentro questo meccanismo perverso ci sono tutti.

Il caso Salvini è emblematico: il leader della Lega non cambia strategia, magari perché non ne conosce un'altra: appena un anno fa si lanciò in una spericolata di crisi di governo agognando il voto; trecentosessantasei giorni dopo, visto che l'anno è bisestile, punta sempre ad elezioni che tutti sanno che non avrà.

Solo che il tentare senza successo alla lunga logora (basta guardare i sondaggi). Se ne sono accorti tutti.

«È come la mosca che batte contro il vetro è l'immagine che conia uno degli uomini ombra del Cav, Valentino Valentini alla fine ci muore».

«È il più grande alleato di Conte osserva Sestino Giacomoni, altro consigliere del Cav perché non offre un'alternativa».

«Con l'atteggiamento verso l'Europa spiega il piddino Ceccanti si è autoescluso dal governo: se una volta c'era un fattore K contro i comunisti, ora c'è un fattore E contro la Lega».

*www.ilgiornale.it

tutti pazzi per la Civita

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