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Luigi Di MaioCon una disfatta alle Regionali, Conte rischia la poltrona.

di Alessandro Sallusti*

Referendum e voto disgiunto sono una truffa per coprire il flop.

Financo Di Maio e Toninelli, come abbiamo documentato sul Giornale di venerdì, avevano bocciato senza appello il taglio dei parlamentari proposto da Matteo Renzi premier nel 2016: «La democrazia non si baratta per una tazzina di caffè», avevano detto allora alludendo all'irrisorio risparmio economico dell'operazione.

Hanno cambiato idea e ciò non è reato, ma fare un'inversione di 180 gradi - non è la prima e non sarà l'ultima - è segno di squilibrio politico e mentale. Non facciamoci prendere in giro.

I grillini hanno voluto accorpare il referendum sulla riforma del Parlamento con le elezioni regionali solo come via di fuga dalla realtà, nel senso che se prevarranno i «Sì», lunedì sera i Cinque Stelle potranno dire di avere vinto qualcosa e compensare così mediaticamente la batosta che colpirà sicuramente le loro liste e probabilmente anche l'intera maggioranza giallorossa nelle urne delle Regionali.

E qui veniamo alla seconda clamorosa presa in giro, il «voto disgiunto» invocato ufficialmente dai loro gazzettieri (in primis il Fatto Quotidiano) e suggerito sotto traccia dai leader grillini ai loro elettori.

Di cosa si tratta è presto detto.

Nelle tre Regioni contendibili (Toscana, Puglia e Marche) Pd e Cinque Stelle si presentano separati ognuno con il suo candidato governatore, e dei due quello del Pd è l'unico che sulla carta potrebbe farcela a battere il centrodestra.

Siccome una assurda legge lo permette, il giochino è: cari elettori grillini, votate la nostra lista ma non il nostro candidato governatore, bensì quello del Pd.

Che è un po' come se al derby tra Milan e Inter l'allenatore del Milan facesse vincere l'Inter per impedire alla Juventus di avvantaggiarsi nel campionato.

Morale: questi presunti paladini di democrazia sono dei truffatori opportunisti.

Valori, coerenza e dignità non sanno neppure dove stiano di casa e per questo lasciare il Paese in mano a loro è pericoloso.

Se ne è accorta pure la senatrice a vita Liliana Segre, che l'altro giorno ha preso a sorpresa le distanze dalla sinistra e dai grillini: «Ho deciso, al referendum voterò No perché sentir parlare del Parlamento che fa parte della mia religione civile in un modo come se tutto si riducesse a costi e poltrone, è qualcosa che proprio non mi appartiene».

E se lo dice lei, che di dittature se ne intende...

*www,ilgiornale.it

tutti pazzi per la Civita

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