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Al centrodestra tre Regioni

di Andrea Indini*

Zaia a valanga in Veneto. Toti vince e si tiene la Liguria. Acquaroli strappa le Marche alla sinistra.

Trionfo di De Luca in Campania. Toscana e Puglia restano rosse.

Il M5s esulta per il referendum ma alle regionali è una disfatta

Una situazione di parità. Tre regioni a testa. Il centrodestra incassa vittorie (schiaccianti) in Veneto e Liguria e strappa le Marche, fortino rosso da venticinque anni.

Il centrosinistra gioca, invece, in difesa e alla fine riesce a confermarsi in Campania, Toscana e Puglia.

A uscirne completamente sconfitto è, come in tutte le elezioni amministrative, il Movimento 5 Stelle: non solo non conquista alcuna Regione, ma non riesce neppure ad essere della partita.

Si deve accontentare del referendum costituzionale dove il "sì" passa con quasi il 70% delle preferenze.

Un risultato che, però, corre a intestarsi anche il Partito democratico, dimenticandosi che alle prime tre votazioni aveva votato contro, e che, pur blindandola, prelude nuove tensioni nella maggioranza giallorossa.

La sfida alle elezioni regionali

A guardare la cartina dell'Italia ormai appare tutta azzurra.

Sono quindici le Regioni governate dal centrodestra che alle elezioni di oggi ne ha strappate altre due alla sinistra.

La vittoria più schiacciante è quella di Luca Zaia.

Il Doge si conferma per la terza volta alla guida della Regione Veneto con un risultato plebiscitario: il 75% delle preferenze, la maggior parte delle quali vanno alla sua lista "Zaia presidente".

Percentuali che riaccendono la sfida tutta interna alla Lega per la leadership, nonostante Matteo Salvini abbia più volte spiegato che i due hanno ruoli e obiettivi diversi.

"Il nostro obiettivo era superare il 50 per cento tra le due liste", conferma Lorenzo Fontana, segretario della Liga Veneta vicinissimo al Capitano.

Il centrodestra si conferma anche in Liguria con Giovanni Toti che, sbaragliando l'assalto del piddì Ferruccio Sansa sostenuto anche dai Cinque Stella, resta governatore della Liguria con il 53%.

Storica, poi, la vittoria di Francesco Acquaroli (Fratelli d'Italia) che con il 49% strappa le Marche dalle mani della sinistra.

Capitola così un'altra roccaforte rossa dopo il trionfo di Donatella Tesei in Umbria lo scorso ottobre.

Il centrodestra non può, però, cantare del tutto vittoria.

Il centrosinistra riesce, infatti, a conservare la Campania, la Toscana e la Puglia. Vincenzo De Luca incassa il 67% sconfiggendo così Stefano Caldoro.

Eugenio Giani sventa, invece, l'assalto della leghista Susanna Ceccardi che fino all'ultimo è stata in partita sperando (sondaggi alla mano) in una vittoria che, se agguantata, sarebbe stata storica.

Un'altra sfida giocata fino all'ultimo è quella tra Raffaele Fitto e Michele Emiliano: l'ex governatore piddì riesce a conservare la poltrona incassando il 46% delle preferenze.

Il flop del Movimento 5 Stelle

Partecipare senza mai essere in partita. Basta guardare le percentuali del Movimento 5 Stelle per comprendere il flop di Vito Crimi e compagni.

Niente di nuovo sotto il sole, per carità.

Ma a questo giro nessuno dei candidati grillini è riuscito a fare la differenza: in Toscana Irene Galletti incassa appena il 6%, in Puglia Antonella Laricchia va di poco oltre il 10%, in Veneto Enrico Cappelletti si deve accontentare del 4%.

E ancora: in Liguria Aristide Massardo incassa appena il 3,5%, nelle Marche Gian Mario Mercorelli supera appena il 10% così come Valeria Ciarambino. Una disfatta.

Eppure, mentre lo spoglio è ancora in corso, ecco Luigi Di Maio affrettarsi ad appuntarsi sul petto "un risultato storico".

"È la politica che dà un segnale ai cittadini - ha scritto su Facebook - senza di noi tutto questo non sarebbe mai successo".

Non una parola, ovviamente, sul flop alle regionali. Un flop in linea con le sconfitte incassate negli ultimi tre anni alle Amministrative.

Dopo il boom di Virginia Raggi e Chiara Appendino, il declino è stato pressoché inesorabile.

Le difficoltà della maggioranza

Al netto del risultato delle elezioni regionali, la vittoria del "Sì" blinda i giallorossi.

Almeno fino alla prossima primavera.

Servono, infatti, due mesi per ridefinire i collegi sulla scorta del nuovo assetto del parlamento.

Dopo inizieranno i dolori: la sessione di Bilancio e a gennaio la Commissione Ue faranno scannare la maggioranza chiamata a decidere dove allocare i soldi del Recovery Fund.

La prima finestra elettorale si aprirà soltanto tra febbraio e fine luglio, quando scatterà il semestre bianco, periodo in cui non si possono sciogliere le Camere.

Per il momento, però, i big che sostengono il premier Giuseppe Conte assicurano non solo di voler tirar dritto ma addirittura di voler aprire una stagione di riforme.

Una boutade che rischia soltanto di creare ulteriori divisioni.

Pensare che riescano a trovare un accordo sulla legge elettorale è fantasia.

Il ritorno delle preferenze e le soglie di sbarramento sono solo alcuni dei nodi da sciogliere.

E poi c'è la proposta di superare il bicameralismo paritario.

Insomma, più che una stagione di riforme li aspetta una stagione di litigi continui.

*www.ilgiornale.it

tutti pazzi per la Civita

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