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Giuseppe ConteLancia un'altra task force

di Vittorio Macioce*

Il carrozzone per il Recovery Fund utile solo al premier: distribuisce poltrone e consensi.

Pd e M5s divisi sul Mes.

Il castello di Conte rischia di diventare una fabbrica di illusioni.

Il premier sembra non conoscere mezze misure: o fa da solo o esagera.

È la storia di questi lunghi mesi di pandemia.

Quando si sente abbastanza sicuro il mondo finisce con lui e Casalino.

Non si fida, chiude le porte, non riconosce i partiti che sostengono il suo governo (Di Maio chi?) e ignora le opposizioni.

Tutti i giorni si affaccia però in tv per rassicurare gli italiani.

Se invece si sente perso e spaesato si inventa il gran ballo delle task force, chiamando tecnici e consulenti a spartirsi le responsabilità.

L'unica costante è che per lui il Parlamento resta una scatola vuota.

È quello che sta accadendo anche con il Recovery.

Sono i finanziamenti europei, in parte a fondo perduto, di cui l'Italia ha ormai disperatamente bisogno. Non si sa quando arriveranno.

Ogni tanto qualcuno in Europa cerca di azzoppare il meccanismo.

Una volta frenano gli austeri, con il volto sfiduciato dell'olandese Mark Ruth, poi con i mal di pancia sovranisti di Ungheria e Polonia.

La signora Merkel ha invitato tutti i governi a presentare intanto i progetti.

Conte ha detto: ci penso io.

Mesi e mesi e siamo ancora alle «varie ed eventuali», una raccolta di appunti inviati dai vari ministeri.

Il risultato è che Ursula Gertrud von der Leyen, presidente della Commissione europea, si è sentita in dovere di suggerire all'Italia qualche tema da cui partire.

Nulla di particolarmente sorprendente: economia verde, reti e turismo.

L'importante è che arrivi uno straccio di progetto.

Conte allora mette su il suo castello di illusioni, quello che molti considerano una sorta di piramide burocratica.

Al vertice c'è lui, al suo fianco due ministri, Gualtieri e Patuanelli, poi 30 top manager da nominare e a scendere una platea di tecnici.

Quanti? Circa trecento. Il numero non ha nulla a che fare con la spigolatrice di Sapri e la drammatica avventura risorgimentale di Carlo Pisacane e tanto meno con gli spartani alle Termopili.

È un 300 buttato lì per fare numero.

Di fatto il premier si inventa una nuova assemblea.

Non è elettiva e dovrebbe avere compiti operativi.

Il Senato ha ancora 315 seggi, saranno 200 dopo la riforma e il taglio dei parlamentari.

Questo per dire che gli «stati generali» del Recovery saranno più grassi del Senato che verrà.

Ci saranno da gestire 209 miliardi di euro.

Qualcuno ha definito già la piramide lo schema Ponzi dei fondi europei.

Paolo Gentiloni, commissario Ue e ex presidente del Consiglio, se la cava con un «non esageriamo».

Il Pd, piuttosto imbarazzato, prova a difendere l'architettura di Conte.

I Cinque Stelle non sanno più che cosa dire.

Carlo Calenda parla di «struttura parallela».

Il dubbio è che nel «castello» ci saranno ritardi, incomprensione, molta confusione e conflitti di competenza.

I più smaliziati fanno anche notare che questo è un modo furbo per evitare qualsiasi confronto con le opposizioni.

Non è difficile immaginare che si apra un vespaio sulla scelta dei trecento, perché ogni categoria o gruppo di pressione vorrà avere il suo testimone nel cabinone di regia.

Oggi il premier farà un altro vertice di maggioranza per promettere qualcosa a Pd e Cinque Stelle.

Gualtieri, intanto, si prepara a presentare in Parlamento la riforma del Mes.

Le posizioni nel governo restano molto distanti.

La sovrastruttura serve a puntellare anche il futuro politico di Conte.

Quando avrà costruito il suo castello non sarà facile smantellarlo.

Il potere distribuisce poltrone e le poltrone diventano potere. Le poltrone attraggono interessi e convogliano consensi.

Quello che doveva essere un piano per la ricostruzione dell'Italia dopo che la pandemia ha reso il panorama economico un deserto si manifesta alla fine come un accastellamento feudale.

*www.ilgiornale.it

tutti pazzi per la Civita

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