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Giuseppe ConteInutili crisi politiche che danneggiano l’Italia

di Alessandro Cicero*

Osservando bene la metodologia posta in campo da parte del presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, per affrontare questa crisi governativa e ripercorrendo a ritroso il percorso della sua azione, da quando è balzato alla ribalta della cronaca politica, non si può fare a meno di notare la mediocrità che ne ha contraddistinto e ne sta continuando a caratterizzare la rotta.

Per cercare di capire e spiegare il metodo, per così dire contiano, basta considerare che esso è basato su di un presupposto cardine, molto più semplice di quello che si possa pensare, che si richiama banalmente a una citazione di Leon C. Megginson: “Non è la specie più forte o la più intelligente a sopravvivere, ma quella che si adatta meglio al cambiamento”.

Il premier sembra aver fatto sua questa indicazione, riuscendo anche ad applicarla al meglio, almeno se si guarda ai fatti, basti pensare al Governo nato dapprima con la Lega e in seguito con il Partito Democratico, insieme ad Italia Viva.

La conseguenza è che questa strategia può portare a dei risultati personali, in fondo anche di piccolo cabotaggio, ma è da chiedersi quanto questa poi porti seriamente a ciò che necessita, alla nostra nazione, per un rilancio serio e intelligente che ci consentirebbe di sopravvivere alla crisi economica italiana pregressa poi aggravata dal Covid-19.

Il premier Conte avrebbe fatto meglio ad uscire da una strada politica lastricata solo da personalismi e conferenze stampa show da fine settimana, aprirsi al dibattito, anche sul Recovery, con tutti, anche con le imprese, perché ciò che troppe volte si dimentica è che proprio da queste si può rilanciare e far crescere l’Italia, scongiurando il rischio, sempre dietro l’angolo, di rimanere fermi al palo, con tutte le conseguenze che tutto questo comporterebbe, compreso l’eventuale dramma sociale sotto l’aspetto dell’occupazione.

In tutto questo bailamme, al quale stiamo assistendo inermi, è interessante registrare chi, come Luigi Di Maio, oggi ministro degli Esteri, si lancia in rimbrotti che hanno, purtroppo, il sapore amaro, di quella doppia moralità che fa capolino solo in taluni tipici individui, di cui l’ex capo politico del M5S sembra esserne degno rappresentante, che applicano un metro di giudizio differente a seconda che si parli di sé stessi o della propria parte politica, o degli altri. 

Sostiene: “Mi fa rabbia perder tempo con inutili crisi politiche che danneggiano l’Italia e i cittadini.

Lunedì (oggi per chi legge) e martedì verrà presentato un progetto concreto e lungimirante, con una visione ambiziosa del nostro futuro.

E proprio su questo progetto chiederemo il sostegno di chi crede di poter offrire il suo contributo alla ricostruzione dell’Italia.

Ora è il momento di scegliere da che parte stare.

Da un lato i costruttori, dall’altro i distruttori”.

Stando a queste parole, solo adesso, esisterebbe un “progetto concreto e lungimirante”, questo sconfesserebbe quanto finora fatto da questo Governo, starebbe a significare, in parole povere, che non vi era stata fino a questa fase nessuna strategia per il rilancio della nazione, ma solo una rincorsa sfrenata a far vedere agli italiani che comunque qualcosa si muoveva.

Una precisazione è d’obbligo farla, di quale ricostruzione dell’Italia si parla, quando probabilmente agli italiani basterebbe che funzionasse meglio ciò che già c’è, senza grandi proclami, sviluppando i decreti attuativi che servono a dar seguito ai decreti emanati in precedenza, naturalmente tutto accompagnato da una visione di Paese che non da oggi, ma da ieri si doveva avere. Inoltre, forse, andrebbe spiegato a Di Maio che chi non la pensa come lui o Conte, non necessariamente deve essere lapidato nelle piazze e annoverato nella categoria dei “distruttori”.

A rigor di logica, chi pone sul tavolo delle questioni, al di là del colore politico, probabilmente intende avvalersi di un diritto, tra l’altro anche ben conosciuto nelle democrazie occidentali, che corrisponde al diritto di critica, se questa critica poi non viene compresa, allora ci se ne fa una ragione, si ha tutta la piena libertà di questo mondo nel decidere di non condividere più un cammino insieme a qualcun altro.

Può darsi che il senso di rabbia, al quale fa riferimento il ministro degli Esteri, sia la consapevolezza che qualcosa potrebbe scivolar di mano, con il triste epilogo che saltino equilibri politici e incarichi tanto agognati – anche questo sempre nell’interesse degli italiani – che fino ad oggi sono rimasti salvaguardati.

Difatti, una eventuale conta al Senato, che non porterebbe l’attuale Governo a superare i numeri necessari per una maggioranza, metterebbe tutto in seria discussione.

Un fatto è certo, Conte non può “andar in Paradiso a dispetto dei Santi”, questo lo dovrebbe ben sapere.

Può darsi che confidi nel cielo, auspicando un miracolo che faccia, in questo caso, moltiplicare i numeri e non i pesci.

Chissà? Però per i numeri si lascia il cielo e subentra un altro fattore, quello terrestre, la materia della matematica, ma si sa, si dice che questa non sia un’opinione.

Il riferimento alla matematica era puramente casuale e non si voleva mettere il dito nella piaga del presidente del Consiglio, facendo riferimento al suo ex ministro per le Pari Opportunità e la Famiglia, Elena Bonetti, in quota a Italia Viva, che ha abbandonato il governo e che, per uno strano gioco del destino, ha a che fare proprio con i numeri, essendo laureata in matematica.

Eppure, il premier la soluzione l’avrebbe in tasca, da studente ha frequentato l’ottimo collegio universitario di Villa Nazareth il cui motto è “ut unum sint”, che significa “affinché siano una cosa sola”, gli basterebbe evitare cattivi consiglieri, chiamare Matteo Renzi ed applicare semplicemente le parole che recita la massima succitata, dando almeno un senso a quanto detto da Luigi Di Maio, “ora è il momento di scegliere da che parte stare”.

Altrimenti è sola fuffa.

*www.opinione.it

tutti pazzi per la Civita

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