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Quarta Repubblica svela gli sms imbarazzanti tra il commissario e l'uomo delle mascherine.

di Francesco Maria Del Vigo*

Giallo sulla soffiata di Palazzo Chigi.

La vicenda sul maxi appalto per l'acquisto da parte del governo italiano delle mascherine cinesi diventa sempre più torbida e inquietante, aggravata da alcuni sms che dimostrerebbero un legame più che consolidato tra Domenico Arcuri e il «mediatore» Mario Benotti.

Ricapitoliamo: mercoledì 17 febbraio le Fiamme Gialle hanno sequestrato case, barche, yacht e beni di lusso per un valore di 69,5 milioni di euro a otto indagati.

Sotto la lente della Procura di Roma, che ha aperto l'inchiesta, ci sono le aziende intermediarie che hanno curato l'acquisto di 800mila mascherine dalla Cina, per il valore di 1,25 miliardi di euro.

Commessa richiesta dalla struttura commissariale italiana per la Pandemia, quindi dal supercommissario Domenico Arcuri.

La cui posizione è stata archiviata dalla Procura in quanto «allo stato non vi è prova che gli atti della struttura commissariale siano stati compiuti dietro elargizione».

Le aziende, invece, secondo gli investigatori, avrebbero lucrato decine di milioni di euro sulle commissioni.

Gli indagati sono Mario Benotti, Andrea Vincenzo Tommasi, ai vertici della società Sunsky srl, Antonella Appulo, Daniela Guarnieri, Jorge Edisson Solis San Andrea, Daniele Guidi, Georges Fares Khozouzam e Dayanna Andreina Solis Cedeno.

I reati vanno dal traffico di influenze illecite al riciclaggio, passando per l'autoriciclaggio e ricettazione.

Tutta la questione ruota attorno al rapporto tra Arcuri e Benotti, giornalista Rai in aspettativa, indagato insieme ad altre sette persone.

Il secondo, sfruttando l'influenza sul primo, avrebbe pilotato gli acquisti e fatto da intermediario con le aziende.

Benotti, in passato consulente della presidenza del Consiglio dei ministri e di vari ministeri, godeva di entrature politiche ad alto livello e, da quanto si evince, di una corsia preferenziale per parlare direttamente con Domenico Arcuri, anche se quest'ultimo ha cercato di negare.

Ma la frequentazione è testimoniata da una mole notevolissima di contatti tra i due.

Da gennaio a maggio del 2020 tra lui e Arcuri ci furono 1282 contatti telefonici: chiamate, sms, chiamate senza risposta.

Telefonate che si interrompono bruscamente il 7 maggio, quando il Commissario smette di interloquire con Benotti, il quale confida al suo entourage «la sua frustrazione per essersi Arcuri sottratto all'interlocuzione, e il timore che ciò potesse ritenersi sintomatico di una notizia riservata su qualcosa che ci sta per arrivare addosso».

I contatti tra Arcuri e Benotti (che si conoscono da anni) si infittiscono tra il 3 e il 4 marzo, ben prima che fosse dichiarato il lockdown nazionale.

La sera del 4 - come Benotti ha rivelato in una intervista ieri sera a Quarta Repubblica -, si incontrano di persona.

Pochi giorni dopo, tra il 10 e l'11, si attiva per cercare le mascherine.

Il 19 marzo alle 16:28 comunica al Commissario di averle trovate, Arcuri si è insediato il giorno prima. Nei giorni successivi Arcuri gli chiede guanti e poi respiratori.

Benotti si mette subito alla ricerca, ma poi fornirà solo mascherine.

Colloqui informali, botta e risposta, appuntamenti telefonici e fisici che sembrano dimostrare un legame molto stretto tra i due, dove non arriva uno arriva l'altro.

Il commissario risponde, chiede, approva, si adopera.

Poi il silenzio. Arcuri sparisce.

E, come dicevamo prima, nel giornalista cresce il sospetto che qualcuno, ad altissimo livello, abbia messo in guardia il Supercommissario.

Sospetto che viene confermato a breve.

«Il 7 maggio Arcuri e Bonaretti (consigliere del commissario) mi comunicano che palazzo Chigi li aveva informati che i servizi stavano indagando su queste cose e sui voli dalla Cina, quindi era necessario interrompere qualunque contatto», rivela Benotti a Nicola Porro, precisando che secondo lui nessuno, a partire da Arcuri, ha commesso un reato.

Ma per capire la cornice all'interno della quale si muovono le trattative è utile ricordare quanto diceva nelle intercettazioni della Gdf uno degli indagati, Jorge Solis, a proposito della pandemia: «Speriamo che a novembre esploda».

Cioè lucrare sulla più grande pandemia della storia recente.

La struttura commissariale, con una nota ufficiale della settimana scorsa, si è detta parte lesa: «Risulta evidente che la struttura e il commissario Arcuri (estranei alle indagini) sono stati oggetto di illecite strumentalizzazioni da parte degli indagati affinché questi ultimi ottenessero compensi non dovuti dalle aziende produttrici».

Ma ora il caso potrebbe avere altre evoluzioni.

*www.ilgiornale.it

tutti pazzi per la Civita