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Nicola ZingarettiA sinistra le cose vanno mediamente male ed è sotto gli occhi di tutti

di Roberto Arditti*

A questo stato di cose contribuisce non poco anche il segretario del Pd Zingaretti, che con improvvido tempismo sceglie la solidarietà a Barbara d’Urso come argomento d’impatto per la giornata politica.

Se però si finisce (come fanno in molti) per dire che le responsabilità sono soltanto sue, allora vuol dire che si sceglie la scorciatoia intellettuale, vuol dire che si cerca il capro espiatorio e non la comprensione vera del problema.

Cerchiamo di capirci un po’ meglio, magari guardando indietro nel tempo (aiuta sempre).

La sinistra italiana era politicamente in enorme difficoltà sul finire della Prima Repubblica, ma è riuscita con abilità a cavalcare il vento impetuoso delle inchieste di Mani Pulite con conseguente nascita del populismo in salsa nostrana.

Ne ha ricavato una egemonia pressoché totale sui sistemi di potere delle amministrazioni pubbliche e una permanenza al governo ragguardevole, accentuatasi con la fine dell’ultimo governo Berlusconi (2011).

Da allora infatti il Pd è sempre in maggioranza con l’eccezione del primo governo Conte: sono dieci anni secchi di potere quasi solitario, dieci anni che si dispiegano con al Quirinale due esponenti del partito tanto solidi quanto rispettati come Giorgio Napolitano e Sergio Mattarella.

In questi dieci anni sono successe molte cose, ma una in particolare non va dimenticata: l’ascesa al vertice del partito (e poi del governo) di Matteo Renzi, che però resta in sella tre anni per poi venire abbattuto (anche) dal fuoco amico per via referendaria.

Quel Renzi che poi troverà una seconda stagione di forte protagonismo nella nascita prima del governo giallo-rosso e poi nella sostituzione di Conte con Draghi: mosse che da un lato ne mostrano l’abilità manovriera ma che sono anche all’origine di molte delle tensioni che lo riguardano.

Se però andiamo al nocciolo delle questioni troviamo un punto essenziale da cogliere, tutto “racchiuso” nella risposta a una semplice quanto impegnativa domanda: cosa ha tenuto insieme le varie famiglie della sinistra italiana in questi 27 anni (1994-2021)?

Un po’ di quel mastice è certamente in un sano riformismo e pragmatismo amministrativo, in una pratica decente della politica come servizio, in una linea programmatica di sinistra moderata spendibile in ogni sede, dentro e fuori l’Italia.

Ma l’elemento essenziale è la coalizione contro il nemico, il barbaro, il mostro.

Prima Berlusconi (1994-2013) e poi Salvini (2014-2021): due capi politici giudicati pericolosi, impresentabili, infrequentabili, osceni.

Sull’altare di questa diversità tribale la sinistra italiana ha costruito la sua identità, facendolo per sottrazione e non per addizione (io sono di sinistra perché non ho le caratteristiche di quelli che detesto), finendo così per considerare residuale la componente propositiva, attiva, creativa.

Siccome però la storia è birichina, ecco arrivare il febbraio 2021, quando il cattolico democratico (di rito mediterraneo) Sergio Mattarella affida il governo al cattolico democratico Mario Draghi (di rito nordeuropeo), producendo così la sorpresa delle sorprese (con buona pace di Bettini e del suo inconcludente “o Conte o elezioni”): il Pd è al governo con Berlusconi e con Salvini.

Allora però si può certo continuare a dire che Zingaretti è indeciso a tutto e che non regge il centro della scena (fermo restando peraltro che lui non ha minimamente profittato della situazione ed è rimasto dov’era alla guida della regione Lazio), ma è abbastanza miserabile metterla così.

La sinistra italiana va ampiamente ripensata, magari provando a smetterla di cercare spasmodicamente il mostro da combattere.

Perché poi arriva un giorno in cui con quel mostro ti dividi la lista dei sottosegretari.

*www.msn.com.it

tutti pazzi per la Civita

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