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L’avvocato del popolo ha vinto la causa

di Pietro Di Muccio de Quattro*

E così, è andata! L’avvocato del popolo ha vinto la causa.

L’avevano chiamato per governare.

Hanno finito per farsene governare.

Non s’era mai visto niente di simile.

Beppe Grillo, a corto di ossigeno, ha avuto bisogno della respirazione bocca a bocca, ma non del suo sfiatato e farfugliante pupillo, il ministro degli Esteri; no, del pallone gonfiato dall’amore del portavoce, l’ex presidente del Consiglio.

L’investitura di Giuseppe Conte a capo dei grillini ricorda da vicino certe operazioni del passato, ma non dell’Età Moderna.

Evoca procedure medioevali, o giù di lì, però senza lo sfarzo di quelle cerimonie.

Eppure, in testa a Conte hanno posto la corona di re dei pentastellati.

Tutto è piovuto dall’alto.

Non poteva essere diversamente.

L’Elevato eleva e nobilita. Che partito!

E accusavano gli azzurri di appartenere fin troppo a Silvio Berlusconi.

Sbagliavano, perché Berlusconi era soltanto il proprietario di Forza Italia, mentre Grillo è un vero padrone dei Cinque Stelle.

Giuseppe Conte, “tomo tomo, cacchio cacchio” direbbe Totò, accomodato sulla poltrona di capo, è l’uomo politico più sorprendente della storia delle democrazie.

Strappato agli studi accademici dall’intuito del suo assistente universitario (presto ricambiato con il ministero della Giustizia), viene collocato d’emblée al vertice del governo della Repubblica.

Governa “in utroque”, caso più unico che raro, assemblando il partito benefattore in due maggioranze contrapposte.

Viene spodestato con il concorso dei sodali, che lo gratificano immediatamente con il dono del loro partito, infiocchettato subito là per là.

Tutto dice che ci troviamo di fronte o ad un politico eccezionale o ad un uomo eccezionalmente fortunato. Qui non si discute.

Così la penserebbero Machiavelli e Napoleone.

Accusare Conte di trasformismo significa volgarizzarne l’attitudine ad adattarsi.

Qualcuno particolarmente colto ha voluto magnificare le sue capacità adattative assimilandole con acutezza alla “resilienza”, la parola più di moda oggigiorno.

Qualcun altro non altrettanto colto ha voluto paragonarlo al paguro bernardo, detto anche l’eremita, il crostaceo decapode che si appropria delle conchiglie vuote dei molluschi e vi si sistema diventandone l’occupante.

Il nostro paguro ha colonizzato il guscio dei pentastellati, ormai vuoto.

Ma non si fermerà.

Presto occuperà anche il guscio democratico prossimo a svuotarsi.

*www.opinione.it

tutti pazzi per la Civita

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