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Assicurare al Paese il maggior numero di vaccini

di Augusto Minzolini*

Logica vorrebbe, di fronte alla gravità della crisi, che tutti si ispirassero ad un sano pragmatismo con un unico obiettivo: assicurare al Paese il maggior numero di vaccini.

Logica vorrebbe, di fronte alla gravità della crisi, che tutti si ispirassero ad un sano pragmatismo con un unico obiettivo: assicurare al Paese il maggior numero di vaccini.

In fondo sarebbe la «ratio» naturale che dovrebbe guidare partiti che sostengono un governo tecnico-politico come quello di Mario Draghi.

E il primo a dare l'esempio è stato proprio il premier: ieri ha bloccato, per le inadempienze contrattuali nei confronti della Ue delle Big Pharma, 250mila dosi che dovevano partire dallo stabilimento di AstraZeneca di Anagni per finire in Australia.

Il giorno prima il Dragone, che pure ha studiato dai Gesuiti, non ci ha pensato due volte a stoppare a Bruxelles l'invio di 13 milioni di dosi di vaccini in Africa, visto che in Europa scarseggiano per non parlare della situazione in Italia.

Appunto, «pragmatismo»: lo stesso che ha portato Silvio Berlusconi a guardare verso il vaccino russo; o ha spinto Matteo Salvini a ragionare sul possibile uso dello Sputnik e ad incontrare ieri l'ambasciatrice indiana per verificare se qualche dose possa arrivare anche da lì.

Un «pragmatismo» simile ha fatto sì che Stefano Bonaccini, governatore dell'Emilia e possibile successore di Zingaretti alla guida del Pd, dicesse, pure stando agli antipodi sul piano politico dal leader della Lega, che per lui la strada russa andrebbe esplorata.

Uguale «pragmatismo» ha fatto sussurrare a Matteo Renzi, mercoledì sera al telefono, con un filo di voce: «Hanno fatto bene, sono d'accordo con loro».

Oppure ha indotto Benedetto Della Vedova, fresco di nomina alla Farnesina e che ha l'Europa nello stemma di partito, a teorizzare: «Non c'è un'alternativa inconciliabile tra il seguire la Ue e contemporaneamente guardarsi attorno: si possono fare benissimo le due cose insieme».

Eppure, specie a sinistra o nei commenti sui giornali, non sono pochi quelli che sulla battaglia dei vaccini innalzano una barriera ideologica, più o meno camuffata, cioè adottano lo schema dello stare qui o di là.

«A me Salvini è l'ironia sulle iniziative del leader della Lega di Arturo Scotto, braccio destro del ministro della Sanità, Roberto Speranza sembra Totò che cerca di vendere la fontana di Trevi.

La proposta sull'acquisizione dello Sputnik non è soltanto uno sgarbo istituzionale, ma un'invasione in un campo non suo».

Scotto parla per conto di Speranza e ripropone lo schema o stai con l'Europa o fuori.

Un assurdo: perché la pandemia ha dimostrato che l'Italia senza l'Europa, senza quella terapia intensiva che è stata ed è per noi la Bce, non avrebbe potuto e non potrebbe sopravvivere.

Quindi, volenti o nolenti, a parte gli stolti o gli struzzi, che mettono la testa sotto la sabbia, il virus ha fatto diventare l'europeismo patrimonio di tutti.

Poi, ogni protagonista della scena politica lo può declinare come vuole, condendolo però, per spogliarlo di ogni venatura ideologica, con un sano pragmatismo.

In fondo, se vuoi star bene in Europa, devi parafrasare un proverbio che tira in ballo Dio: uno dei più antichi proverbi popolari recita «aiutati che Dio ti aiuta».

Ecco la filosofia di un europeismo «pragmatico» dovrebbe essere più o meno la stessa: «aiutati che l'Europa ti aiuta».

E, magari, questo è il corollario, potresti anche aiutare tu l'Europa, perché se trovi una strada «nuova», potrebbe essere seguita anche dalla Ue e dagli altri 27 Paesi.

Non per nulla ieri Draghi, bloccando quelle 250mila dosi di AstraZeneca, ha osato quello che finora nessun altro Paese Ue aveva avuto il coraggio di fare.

Lui, convinto liberale e sostenitore del libero mercato, di fronte alla tragedia, con pragmatismo, ha assunto una decisione «autoritaria» sul mercato. Più o meno come Bonaccini, di fronte alla tragedia della «variante inglese» del virus, non si è fatto problemi ad appoggiare la proposta di Salvini.

Eh sì, perché l'emergenza, la tragedia, il dramma, per essere affrontati con efficacia richiedono una dose elevata di coraggio politico e, appunto, di pragmatismo.

Boris Johnson, per fronteggiare la variante inglese, ha addirittura modificato i protocolli d'uso dei vaccini, optando per la somministrazione di una sola dose a tutti.

Gli è andata bene.

Il nostro Paese che ora si prepara ad affrontare la terza ondata, senza avere le dosi che avevano a disposizione gli inglesi e, magari, speriamo di non scoprirlo, senza avere un numero di terapie intensive tale da poter fronteggiare un virus che nella sua trasformazione è diventato il 38% più contagioso, ha bisogno di coraggio e di pragmatismo simili.

Per cui Draghi ha silurato Borrelli, alla Protezione civile, e Arcuri come Commissario per l'Emergenza e ha affidato all'esercito la campagna di vaccinazione.

E lui, ex presidente della Bce, europeista fino al midollo, ha inaugurato spinto della consapevolezza della gravità della crisi - un nuovo protagonismo nelle decisioni, a volte polemico, del nostro Paese nella Ue. Ovviamente, nessuno si è opposto nella sua maggioranza extra-large.

Ma c'è chi mastica amaro.

Soprattutto, gli orfani di Conte, perché altrimenti dovrebbero ammettere di aver sbagliato, o, almeno, di non aver avuto il coraggio di osare in un recente passato.

Se oggi, ad esempio il ministro per lo Sviluppo Giorgetti mette in campo le industrie italiane per produrre il vaccino, perché la stessa cosa non è stata organizzata o, almeno teorizzata, tre, quattro mesi fa, dal suo predecessore?

No, secondo la filosofia di Conte e compagni, era meglio delegare, per non assumersi nessuna responsabilità: o alle Regioni, o all'Europa.

E, magari, per coprire la propria assenza di coraggio trasformare «l'europeismo» in un'ideologia: i buoni europeisti di qua, i cattivi di là, magari dietro al profilo di Salvini.

Una mezza follia in piena pandemia.

Che alla fine si è scontrata con la realtà.

Tant'è che non si sono accorti che si stava andando verso il governo Draghi; oppure che, di fronte all'emergenza e nella nuova fase politica del governo di salvezza nazionale, non ti puoi condannare al ruolo di guardiano di un vecchio bidone come la coalizione giallorossa.

Nicola Zingaretti ieri, con le su dimissioni, ha pagato questo errore.

Già, l'ideologia nell'emergenza ha fatto il suo tempo, magari un giorno quando l'emergenza sarà superata ritornerà.

«Che senso ha dividersi riflette il renziano Gennaro Migliore tra chi dice che bisogna affidarsi all'Europa e chi, nel contempo, cerca di affiancare allo sforzo europeo anche altro: perché le due cose insieme non le puoi fare?».

«Sono le solite dispute ideologiche aggiunge il piddino Matteo Orfini che piacciono solo ai giornali».

«Certo che siamo europeisti osserva il leghista Alessandro Benvenuto ma questo non significa che non dobbiamo anche esplorare altre ipotesi oltre a quelle che offre la Ue.

Che ti frega! Questo è il momento di provarle tutte per avere più vaccini».

*www.ilgiornale.it

tutti pazzi per la Civita

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