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Sabina GuzzantiLa Guzzanti esalta gli artisti e sbeffeggia i negozianti per lei tutti ricchi ed evasori

di Vittorio Macioce*

Ma i social la inchiodano

 Aprire o chiudere. Zero o uno.

La pandemia è finita dentro un sistema binario.

Non c'è più un come, un dove, un quando e neppure un perché.

Non c'è più il buon senso e perfino gli indici del contagio ognuno alla fine li legge a modo suo.

Le scelte, anche questa volta, sono diventate ideologiche.

Siamo arrivati così a due tribù che non si riconoscono, si ingiuriano, si maledicono e si accusano a vicenda di rovinare ciò che resta dell'Italia.

Aprire o chiudere non è più un dilemma.

Non è una scelta razionale.

Non è una questione pratica e neppure politica.

È uno scontro.

È un modo per rivendicare chi sei, cosa vuoi, chi ti assomiglia, chi ami e chi odi. È identità. È barricata. È colore. È appartenenza. È classe sociale. È chiudere contro aprire.

È l'ennesima guerra civile di parole di questo maledetto paese dove buongiorno non vuol mai dire davvero buongiorno.

Lo vedi anche nei titoli dei giornali.

C'è chi come Il Fatto, e in parte Domani, vede nelle riaperture una debolezza, una scelta irresponsabile che serve solo a assecondare le paure di commercianti e artigiani.

C'è chi come Michele Serra li invita a non lamentarsi e a accettare come Giobbe i capricci del cielo.

La chiama sfiga e così sia. Non sono il loro popolo.

C'è chi, anche al governo, vede nelle chiusure non più un sacrificio, un'emergenza, ma quasi una regola di vita, il ritorno a una società più sobria e libera dal peccato del denaro, dell'impresa, del capitalismo.

Il virus come rivoluzione dei costumi.

È in questo scenario che appare la variante Sabina Guzzanti.

È un salto nella discussione pubblica.

Il dilemma non è più aprire o chiudere, ma chi aprire e chi lasciare al buio, magari per sempre, come una punizione, come una vendetta, come una resa dei conti.

È una nuova logica binaria: artisti contro «bottegai».

Gli artisti, giusto per chiarire, non sono gli artigiani. La sintesi è che i teatri sono moralmente superiori ai negozi.

Tutto comincia a Foligno, centro del centro del mondo. Il comune fa il bando per «Estate al Trinci». L'idea è questa: noi mettiamo a disposizione il palazzo Trinci e gli artisti vengono qui a fare i loro spettacoli, gratis.

Sabina Guzzanti fa notare con un messaggio su twitter che anche attori e cantanti devono mangiare. Quel gratis stona.

«È vero che chi sceglie l'arte non lo fa per soldi, però...».

Non tutti sono d'accordo.

C'è chi commenta: «Come mai esercenti e artigiani sono evasori, mentre gli artisti meritano rispetto?».

La risposta dell'attrice è uno sputo in faccia.

«Immagino dipenda dal fatto che buona parte dei commercianti possiede appartamenti, macchinone e a volte barche mentre la maggior parte degli artisti vive con lo stretto necessario».

Non si ferma qui: «Mi viene anche in mente che molti non paghino le tasse».

È inutile raccontare a Sabina Guzzanti come vive un commerciante.

Potrei scrivere di mia madre, di cosa significa crescere quattro figli alzandosi tutte le mattine alle quattro per aprire il forno, ma a che serve?

L'ideologia chiude gli occhi.

Non ti fa vedere la fatica di chi fa una vita diversa dalla tua.

Questa storia poi che chi ha un negozio non ama la cultura è il pregiudizio di chi non sa, di chi ignora.

Mia madre non mi comprava «macchinoni» ma libri.

Il suo orgoglio era: farmi studiare.

Questo vale per tanti, tantissimi commercianti.

È il desiderio di dare un futuro diverso ai propri figli.

Diverso significa più facile.

Non farli vivere con quell'ansia di non sapere se domani riuscirai a restare aperto oppure no.

Basta poco per fallire: una malattia, un investimento sbagliato, un supermercato che ti apre di fronte, un virus.

Una attrice, un'artista, dovrebbe riconoscersi in chi rischia e per una passione si gioca ogni giorno il tutto per tutto.

Se non lo fa o è poco sensibile oppure non ha mai rischiato.

Stop alla parentesi personale.

Chissà se Sabina Guzzanti si aspettava la risposta di Matteo Salvini.

Forse sì e infatti è arrivata: «La invito a vergognarsi e a rispettare la gente che lavora. #sinistramarziana». Tutto ritrova la sua logica.

La pandemia come scontro di classe.

È questa ormai la ferita politica più profonda dell'Italia.

Se apri sei di destra, se chiudi sei di sinistra, se apri solo scuole e teatri sei intellettuale e di sinistra. Pietà.

Non stiamo più cercando una via di uscita dalla pandemia.

Tutto quello che vogliamo è una bandiera.

*www.ilgiornale.it

tutti pazzi per la Civita

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