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Mario DraghiLa caduta degli dei

di Augusto Minzolini*

I primi segnali, incontrovertibili, sono stati avvertiti dieci giorni fa quando il mondo giustizialista, asse portante dell'ultima stagione politica, è andato in mille pezzi sulla scia dei verbali dell'avvocato Amara e sull'onda del caso Davigo, che hanno diviso gli eredi delle toghe rosse dall'ortodossia khomeinista dell'«ex» del pool di Milano.

Ora, come in un domino, i pilastri e i mattoni del sistema di potere giallorosso stanno venendo giù.

Un crollo impressionante, come quando demolisci di botto con il «plastico» uno di quei palazzoni industriali dell'età di Stalin che non hanno nulla più a che vedere con la realtà e sono un pugno nell'occhio per l'ambiente.

E fra i tanti che stanno facendo brillare le mine, con metodo, c'è pure Mario Draghi.

C'è lui, ma non è il solo: troppo esteso è il terremoto. La realtà è che sono esplose le incongruenze e le contraddizioni di un mondo che è sopravvissuto a se stesso.

La cronaca è impressionante: dopo il caso Davigo è stata rimessa in discussione la nomina di Prestipino a capo della Procura di Roma («tutto il casino Palamara è nato da lì», riconosce Enrico Costa, esperto del settore nei Palazzi della politica);

le proposte del ministro Cartabia sulla giustizia rivoltano come un calzino il credo giustizialista grillino, tanto che da qualche giorno il Robespierre de' noantri Travaglik parla da solo e dà le testate al muro;

il Dragone ha silurato da un momento all'altro il capo del Dis, Vecchione, la mano lunga di Conte nell'intelligence, tanto che quest'ultimo ha perso la consueta calma («questo è un atto di sfiducia nei miei confronti»);

e ancora, Mimmo Parisi, il profeta grillino del reddito di cittadinanza, sta per essere cacciato dall'Anpal;

per non parlare delle vicissitudini di Massimo D'Alema, prima alle prese con il caso dei «respiratori cinesi farlocchi» per le terapie intensive, raccomandati come presidente della Silk Road Cities Alliance, e ora con un contenzioso legale con la fondazione dei socialisti europei che vuole indietro 500mila euro presi dall'ex segretario dei Ds come stipendio quando era presidente dell'associazione;

eppoi c'è l'impasse di Conte, bloccato dalle beghe legali con Casaleggio che gli impediscono di diventare leader dei 5stelle; e, intanto, nel Pd aumentano i dubbi sull'opportunità di puntare tutto sull'alleanza con un movimento in disfacimento secondo la linea di Enrico Letta, dubbi che fanno riaffiorare la voglia di una legge elettorale proporzionale.

«È tutto un mondo che sta venendo giù - ammette Carlo Calenda -, il fatto strano è che Letta, almeno la prima volta che l'ho incontrato, era consapevole di questa profonda crisi dell'alleanza giallorossa.

Poi ha cambiato idea strada facendo.

Non so neppure se abbia il coraggio di tornare al proporzionale: lui su quei temi ragiona in astratto, da politologo, e così facendo condurrà il Pd al disastro e aprirà la strada al trionfo delle destre».

Appunto, come scritto, la caduta degli Dei.

Il dato più singolare è che in tutto questo terremoto, la vicenda che ha fatto arrabbiare di più i grillini è stata la rimozione di Vecchione dal vertice dei servizi segreti.

In realtà, se si tiene conto dello stretto rapporto tra lo stato maggiore grillino e la Link University, un ateneo legato a doppio filo al mondo dell'intelligence, la cosa non dovrebbe meravigliare: la bussola che ha sempre guidato il grillismo di governo, infatti, è stata quella del Potere; finito il Potere è venuto a mancare il collante.

«Gli sta crollando tutto addosso - ha confidato ai suoi Matteo Renzi che, provocando la crisi del governo Conte, ha innescato il detonatore -: ho sempre detto che in sei mesi il sistema di Potere di Conte e gli equilibri che lo tenevano su, sarebbero caduti. Come al solito ho esagerato: sono bastati tre mesi». «Sta finendo un'epoca», ammette il sottosegretario alla Difesa Giorgio Mulè.

«Non avendo altro cemento che il Potere - osserva tranchant il leghista Stefano Candiani - quel mondo ormai è moribondo».

Già, moribondo.

Le due anime dell'alleanza giallorossa soffrono una crisi strutturale.

Lo scontro tra ex toghe rosse e i seguaci del rito davighiano è il riverbero di questa crisi sull'altro Potere. Le proposte del ministro Cartabia sono uno schiaffo ai 5stelle, anche se appartengono alla civiltà giuridica: l'impossibilità dell'appello per l'accusa dopo una sentenza di assoluzione in primo grado, è da sempre una norma della giustizia Usa;

l'indirizzo sui reati da perseguire che la Guardasigilli affiderebbe al Parlamento, in Francia è una prerogativa addirittura del governo;

per non parlare della prescrizione, visto che garanzie sulla durata dei processi le pretende l'Europa.

Solo uno che preferisce la sharia come Travaglik può gridare allo scandalo.

Ebbene, sono proposte che la Cartabia può teorizzare solo perché l'anima grillina è in dissoluzione: se il leader dei cugini spagnoli di Podemos, Pablo Iglesias, si è ritirato dalla politica per una sconfitta elettorale, Beppe Grillo è azzoppato da uno scandalo di famiglia.

Conte, invece, è sempre più in bilico come leader del Movimento.

Non è detto che lo diventerà mai.

Tanto che Gianfranco Rotondi, che per un anno intero ha accarezzato l'ipotesi di un partito dell'ex premier, immagina per lui un altro destino.

«I 5stelle - è la sua profezia - si stanno disgregando.

Alla fine Conte si candiderà con Forza Italia.

È più come noi, che come loro.

È un democristiano.

Eppoi ha instaurato un rapporto con il Cav migliore del mio.

Del resto che altra strada avrebbe? Andare con Letta?

Ma quello è rimasto all'Ulivo, all'Unione, ad Andreatta, a Prodi. Roba del secolo scorso».

Eh sì, perché se i 5stelle sono una meteora, il problema, dopo il crollo, è del Pd che deve reinventarsi una politica.

Lì dentro, infatti, hanno capito che l'attuale schema fa acqua da tutte le parti.

Anche Andrea Orlando, fan del patto con i 5 stelle, è tornato a parlare di proporzionale, di un sistema che sancisca le alleanze dopo il voto.

Tre quarti del partito sono convinti che un'alleanza stretta con i grillini sarebbe un azzardo: vent'anni fa l'Unione saltò per Fausto Bertinotti, che pure conosceva il lessico politico, figurarsi una coalizione con Di Maio e compagni, sarebbe una sorta di suicidio assistito.

Senza contare che quella della sinistra è una crisi di politica, di cultura, di sistema.

Qualcosa di più profondo.

Il primo a saperlo è Draghi, che nella sua maggioranza extra-large preferisce non infierire sulla debolezza di quel pezzo di alleanza, a costo di entrare in collisione con l'altra.

«Non ho capito - confida il leghista Stefano Candiani - se Draghi è un lupo camuffato da agnello, o no.

So solo che se Salvini propone riapriamo martedì, lui risponde mercoledì.

Se Matteo dice al mattino, lui la sera.

Eppure noi siamo i più affidabili della sua maggioranza, nel concreto anche i più vicini a lui sul piano dei contenuti.

Ma lui salvaguarda gli altri, magari perché non vuole che facciano pazzie visto gli sta crollando il mondo addosso.

Solo che noi non possiamo essere maltrattati in classe perché siamo i figli del maestro.

Per cui la crisi noi sicuramente non l'apriremo mai, ma se poi Draghi vuole andare davvero al Colle, chi lo vota, visto che i voti li ha il centrodestra?!».

*www.ilgiornale.it

tutti pazzi per la Civita

 

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