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Recuperare i ritardi accumulati

di Ercole Incalza (*)

Il Governatore della Banca d’Italia, Ignazio Visco, ha nella sua relazione annuale sul 2020, ribadito la necessità e la urgenza di recuperare i ritardi ma, sicuramente per un atto di correttezza politico-istituzionale, ha evitato di dire chi e quando è esplosa questa lunga fase che ha generato ed accumulato i ritardi. Io da molto tempo racconto quando e come, almeno nel comparto delle infrastrutture, è iniziata la triste fase dei ritardi.

Ritengo che annullare precedenti riforme o non produrre nuove riforme sia la stessa cosa:

– abrogare la Legge 443/2001 (Legge Obiettivo) ha significato l’annullamento di una grande riforma.

La Legge conteneva, infatti, anche un apposito strumento pianificatorio: il Programma delle Infrastrutture strategiche che, con il suo respiro strategico pluriennale, è rimasto finora (dopo venti anni) l’unico riferimento programmatico e progettuale, un riferimento talmente attuale e valido da rappresentare per oltre il novanta per cento il quadro delle proposte inserite nel Piano nazionale di ripresa e resilienza (Pnrr);

– non utilizzare più lo strumento della Intesa generale quadro previsto dal Decreto legislativo 190/2002 (Attuazione della legge 21 dicembre 2001, numero 443) ha praticamente azzerato quel rapporto diretto tra organo centrale e organo locale.

Quel rapporto che, senza incrinare l’articolo 117 della Costituzione, responsabilizzava le Regioni nel processo di infrastrutturazione dell’intero assetto nazionale;

– non utilizzare il Decreto legislativo 163/2006 (varato durante il Governo Prodi) sostituendolo con i Decreti legislativi 50/2016 e 56/2017 (Codice Appalti) ha praticamente reso impossibile l’intero processo di avanzamento nella realizzazione di infrastrutture nel Paese.

Un blocco che è leggibile e misurabile attraverso due soli indicatori: 120mila imprese del comparto delle costruzioni fallite e 600mila posti di lavoro in meno, sempre nel comparto delle costruzioni.

Tutto questo ha generato il grande ritardo sia, ripeto, per la abrogazione di norme, sia per la prolungata stasi nell’avanzamento degli investimenti.

Quando è avvenuta una simile scelta? La risposta è immediata: durante il Governo Renzi nel 2015. E chi è stato il diretto fautore di una simile azione, almeno nel comparto delle infrastrutture? Anche in questo caso la risposta è immediata: l’ex ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti, Graziano Delrio.

Non si vuole assolutamente dare avvio ad una denuncia di responsabilità in quanto in fondo il ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti ed il presidente del Consiglio hanno solo proposto provvedimenti legislativi al Parlamento e questi li ha approvati.

Però è importante fare presente che l’azione di distruzione di una attività fisiologica che aveva reso possibile l’approvazione di interventi per oltre 130 miliardi di euro e avviati a realizzazione opere per oltre 90 miliardi di euro in un arco temporale di 12 anni, trova come riferimento politico non il Movimento 5 Stelle da sempre critico e contrario alla realizzazione di “grandi opere” ma il Partito Democratico in più occasioni, addirittura, sostenitore convinto della infrastrutturazione organica del Paese.

Ma questo voluto e convinto blocco, questa azione autolesionistica del Governo ha generato danni misurabili?

A parte i danni legati alla crisi dell’intero comparto delle costruzioni (passato dalla soglia del 12 per cento nella partecipazione alla formazione del Prodotto interno lordo ad appena il 5 per cento) ritengo ci sia un danno più pesante che è quello relativo alle risorse attivate.

Anche in questo caso i dati disponibili ci vengono subito in aiuto: dal 2002 al 2014 la media annuale di spesa nel comparto delle infrastrutture strategiche era stata pari ad oltre 8 miliardi di euro, dal 2015 al 2020 in sei anni il valore annuale si è attestato sui 2 miliardi di euro ed è questo un dato di trascinamento relativo sempre a opere decise e avviate dalla Legge obiettivo.

Allora, se il Governatore Visco avesse voluto non solo denunciare il fenomeno ma descriverlo, sicuramente avrebbe detto le stesse cose che, in modo più analitico e storico, ho cercato di riportare in questa mia nota.

Ora stiamo rincorrendo nuove formule, addirittura la ex ministra Paola De Micheli aveva insediato una Commissione che dopo un anno aveva anche prodotto un nuovo Regolamento Appalti, tale testo alla fine del 2020 aveva iniziato il lungo iter di approvazione che vede coinvolti oltre al ministero delle Infrastrutture, il ministero dell’Economia, il Consiglio dei ministri e il Consiglio di Stato.

Il regolamento, un poco per la sua stessa natura (si tratta di un testo corposo da 314 articoli, su una materia delicata) ed un poco a causa dell’emergenza in atto, dovrebbe essere pubblicato per fine 2021 (in ritardo di quasi due anni rispetto a quanto previsto dal Decreto legge Sblocca Cantieri); in realtà anche questo strumento non sarà neppure preso in considerazione, alla luce delle decisioni assunte ed in parte inserite nel Decreto legge 77 Semplificazioni e Governance.

Ora stiamo cercando di azzerare il Codice Appalti e non ci riusciamo e, al tempo stesso, non abbiamo il coraggio di invocare il Decreto legislativo 163, quello che aveva funzionato fino al 2015 e non si vuole tornare a tale strumento, perché legato alla Legge obiettivo voluta dal Governo Berlusconi ed è inutile far presente, come anticipato prima, che il Decreto legislativo 163/2006, quello che aveva funzionato prima dell’attuale Codice, era stato varato dal Governo Prodi.

Purtroppo, non finiremo mai di misurare i danni prodotti da pregiudizi assurdi ed immotivati.

Con il presidente Draghi penso – e spero – sia finita questa ridicola logica che, specialmente negli ultimi sei anni, ha cercato in tutti i modi di distruggere “il passato”.

Una logica che ancor prima della pandemia ha in realtà distrutto il Paese.

(*) Tratto dalle Stanze di Ercole

*www.opinione.it

tutti pazzi per la Civita

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