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Entico LettaCi hanno fatto caso soltanto gli osservatori esterni, i critici di sempre, gli scontenti che non mancano mai.

di Paolo Pillitteri*

Certo, la scelta di Enrico Letta di presentarsi a Siena senza l’egida, il simbolo, il racconto storico del suo partito, la dice lunga sulla situazione di un Partito Democratico del quale parlare di crisi è il minino che si possa fare.

In effetti, il suo predecessore Nicola Zingaretti non fu tenero con il partito di cui era stato segretario e, incredibile dictu, si accingeva a lasciarlo spiegando che si vergognava proprio di quel Pd di cui era segretario e che, infatti, abbandonò facendo smentire da altri, ma un po’ tardi e poco credibilmente, la dichiarazione.

Fummo fra i pochi, nell’occasione, a chiederci se un residuo di vergogna fosse rimasto nell’ormai ex segretario e lo stesso interrogativo lo poniamo oggi a fronte della scelta di un Letta del quale il meno che si possa dire è che, vergognandosi del Pd, tenta di allontanarne da sé i motivi non accorgendosi che, similmente a Zingaretti, è uno dei massimi responsabili di una crisi che, peraltro, viene da lontano se è vero come è vero che ben tre segretari – Pier Luigi Bersani, Guglielmo Epifani, Matteo Renzi – se ne erano andati.

A leggere le dichiarazioni lettiane si resta stupiti ancor di più, soprattutto in riferimento alle ragioni più ampiamente politiche imposte sull’allargamento del campo della coalizione.

Qualcuno (Paolo Cirino Pomicino) ha ironicamente commentato che oggi al posto dei partiti ci sono i campi lasciando capire che, se il “suo” Pd è respingente, contribuisce così a fare trionfare quel peggiore personalismo che da decenni è il mostro che divora un intero sistema.

Ma per il Pd la crisi ha raggiunto vette inimmaginabili per un partito erede del Partito Comunista italiano e con ambizioni di coagulare altre forze, insistendo soprattutto su quei popolari da cui Letta proviene e non solo, basti pensare all’uso e all’abuso, bonne à tout faire, del termine socialista.

Bastano questi pochi cenni a mettere in luce proprio ciò che Letta si rifiuta di vedere (e di provvedervi) e che ha un nome molto semplice e, al tempo stesso, molto impegnativo e praticamente sconosciuto dalle sue parti: l’identità.

Alla domanda quale sia la sua identità, il segretario Letta si specializza nell’arrampicarsi sui vetri evocando e, anche in questo caso, abusandone, il termine democratico che, lungi dal chiarire e specificare quella che ai bei tempi veniva chiamata la linea generale, è ora un percorso corto, a zig zag, senza motivazioni culturali, priva di ragioni ideologiche, senza radici storiche se non addirittura ideali e che proprio la voluta assenza del simbolo del partito nelle elezioni di Siena ne rivelano l’inadeguatezza ad affrontare le grandi sfide e i non rinviabili problemi che il Paese ha di fronte.

*www.opinione.it

tutti pazzi per la Civita

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