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Il compito del Quarto potere

di Gerardo Coco*

Nel tempo dell’inganno universale, dire la verità è un atto rivoluzionario (George Orwell).

Quando tra il 1972 e il 1974 il presidente americano Richard Nixon venne accusato di abuso di potere e di intralcio alla giustizia per certi comportamenti della sua Amministrazione volti a indebolire l’opposizione al suo Governo, tutti applaudirono ai due giornalisti “eroi” del Washington Post, Bob Woodward e Carl Bernstein, il cui loro lavoro investigativo aveva permesso l’inchiesta giudiziaria che costrinse l’uomo più potente del mondo a dimettersi per evitare l’impeachment.

Durante lo scandalo politico che prese il nome di Watergate dal complesso edilizio in cui furono fatte delle intercettazioni illegali, i media, per sottolineare la loro indipendenza, affermarono di rappresentare il “quarto potere”, dopo quello esecutivo, legislativo e giudiziario.

Il quarto potere è quel potere capace di esercitare, in nome del Popolo, una funzione di controllo sul governo.

Può esserci forse Governo responsabile senza mezzi di informazione liberi?

Ma i tempi sono cambiati, siamo in un altro clima politico, nei mezzi di informazione ci sono sempre meno eroi e forse, oggi, sarebbero i due giornalisti eroi del Washington Post a essere inquisiti.

La pandemia, in particolare, ha esposto tendenza più maligna nei mezzi di informazione: quella di allinearsi alla politica.

Da quarto potere indipendente, la totalità dei media occidentali si è trasformata in organo di propaganda per servire gli ordini del giorno di chi è al Governo.

Pertanto, se ne sostieni la narrativa, sei un giornalista affidabile.

Se ne esponi l’incompetenza e corruzione, sei un giornalista complottista, irresponsabile, insomma, un nemico dello Stato.

E veniamo a Julian Assange, il cinquantenne giornalista australiano, fondatore di WikiLeaks, rinchiuso nel carcere britannico di massima sicurezza di Belmarsh (Londra), in attesa di una possibile estradizione negli Stati Uniti dove dovrebbe essere processato ai sensi dell’Espionage Act per aver denunciato crimini di guerra commessi dal Governo americano.

Assange ha divulgato documenti militari che ritraggono il Governo degli Stati Uniti e le sue infinite guerre all’estero come avventati, irresponsabili, immorali e responsabili di migliaia di morti civili.

Tra i materiali trapelati ci sono le riprese video di due elicotteri Apache statunitensi Ah-64 impegnati in una serie di attacchi aria-terra mentre l’equipaggio ride delle vittime, tra le quali due corrispondenti dell’agenzia Reuters, un autista e i suoi due figli che si erano fermati per aiutare uno dei corrispondenti.

La fonte di queste informazioni, Chelsea (nata Bradley) Manning che lavorava per l’esercito degli Stati Uniti e aveva accesso a database classificati è stata condannata a 35 anni di reclusione, poi commutati in 7 dal presidente Barack Obama.

L’ex presidente americano voleva mettere sotto accusa anche Assange ma i funzionari del Dipartimento di Giustizia gli fecero notare che sarebbe stato problematico perseguire il giornalista australiano senza perseguire, per lo stesso reato, anche i giornalisti di altre testate che da sempre pubblicano materiale sensibile fornito da fonti esterne.

Assange veniva chiamato in causa anche per quella bufala orchestrata dalle agenzie di sicurezza allo scopo di impedire a Donald Trump di normalizzare i rapporti con la Russia e rimuoverlo dall’incarico.

In vista delle elezioni presidenziali del 2016, WikiLeaks pubblicava migliaia di e-mail tra Hillary Clinton e il suo consigliere elettorale, John Podesta, da dove emergeva che la Clinton avrebbe truccato le primarie democratiche per vincere la nomination. Siccome la narrativa era che queste e-mail, hackerate dalla Russia per influenzare le elezioni americane, erano state consegnate a WikiLeaks per la pubblicazione, Assange rischiava anche l’accusa di collusione con i russi.

Assange negò che i russi fossero la fonte delle e-mail e non rivelò mai quella vera: probabilmente quel giovane impiegato del Comitato nazionale democratico, certo Seth Rich, che disprezzava la Clinton e che fu ucciso a Washington in circostanze misteriose nel luglio 2016.

La “cospirazione” e lo “spionaggio” di cui Assange è accusato dal Governo degli Stati Uniti non è altro che l’utilizzazione di fonti anonime per ottenere informazioni classificate ma tale lavoro rientra nell’attività giornalistica, non in quella del crimine.

Del resto, nessuno lo ha mai accusato di falsità e tutto ciò che ha pubblicato, sebbene abbia imbarazzato l’establishment, non è stato mai smentito.

Il caso Assange consiste, dunque, nell’aver esposto delle verità “dietro il sipario”.

Ora, se esponendo crimini della politica si viene accusati di crimine, vuol dire che si è governati da criminali. Per i governi, infatti, la gente non ha il diritto di sapere cosa fanno dietro il sipario.

Persone come Assange non nuocciono all’interesse pubblico, sono una minaccia solo per la politica.

Per questo la politica cercherà di “eliminarlo” in modo che il prossimo Assange ci pensi due volte prima di svelare quello che il Governo è capace di fare.

Julian Assange è un prigioniero politico tanto quanto lo era Nelson Mandela in Sudafrica.

Lui, come molti altri, sono stati imprigionati perché hanno detto la verità sui loro governi. Pertanto, ciò che sta accadendo a Assange è più di una persecuzione di un giornalista.

È l’oppressione della libertà di espressione della nostra epoca.

Se Julian Assange sarà estradato, imprigionato e in qualche modo eliminato, perderemo la battaglia per la libertà e sarà devastante per tutti.

Quando non esiste più un quarto potere indipendente in grado di ostacolarli e i governi rivendicano il potere di dirci cosa ci è permesso vedere, sentire e sapere, non si vive più in una società libera.

Se dire la verità diventa un crimine, mentre i potenti godono dell’impunità, sarà troppo tardi per correggere la rotta.

Avremo ceduto la nostra voce alla censura e il nostro destino alla tirannia.

*www.opinione.it

tutti pazzi per la Civita