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L’usanza della questione morale

di Augusto Minzolini*

L'avversione del Pd e della sinistra, nei confronti del nome di Silvio Berlusconi per il Quirinale ha sempre sullo sfondo una sorta di questione morale, di cui il partito di Enrico Letta si sente depositario.

Meno marcata che in passato, magari anche per la centralità che Silvio Berlusconi ha negli equilibri politici, l'avversione del Pd, e in generale della sinistra, nei confronti del suo nome per il Quirinale ha sempre sullo sfondo una sorta di questione morale, di cui il partito di Enrico Letta si sente depositario.

La gettano lì, magari in quest'occasione con sorrisetti e ironie, oppure La Repubblica la nasconde in una frase nel fondo del direttore o c'è il solito intellettuale di turno che osserva come il leader di Forza Italia non abbia l'autorità necessaria per quel ruolo (azzardare un appunto del genere verso il premier più longevo a Palazzo Chigi nella storia della Repubblica italiana fa quasi ridere).

Al di là dei toni, la pretesa è sempre la stessa: sono loro a dare la patente di legittimità ai loro interlocutori.

È il meccanismo su cui basano il loro potere.

E sarebbe un errore immaginare, lo dico al centrodestra che oggi si riunisce, che tale atteggiamento riguardi solo il Cav.

L'arma della delegittimazione è utilizzata dalla sinistra contro i competitor e gli avversari del momento: è uno degli strumenti principali consigliati in un ipotetico manuale sull'arte della guerra «made» in Pd, magari copiato di sana pianta dai testi storici del comunismo.

Per cui, se oggi quest'arma può essere utilizzata verso il Cavaliere per il Quirinale, un domani potrebbe essere messa in campo contro un Matteo Salvini che aspiri a Palazzo Chigi, descrivendolo come un razzista di ritorno; contro la Meloni, additandola come una neofascista in tailleur per lo stesso motivo; contro Renzi, magari descrivendolo come un affarista mentre è in corsa per un incarico internazionale.

E se magari rompesse troppo le scatole, troverebbero anche il modo di utilizzare lo stesso sistema contro Luigi Di Maio.

Ci hanno già provato.

Questo per dire che, se non si mette un punto e a capo a queste usanze, questi metodi non finiranno mai.

Anche perché la «patente» con cui la sinistra legittima i suoi interlocutori è sempre a scadenza.

Se servi, allora sei un democratico che può teoricamente ricoprire tutti i ruoli che vuole; se non le sei d'aiuto o diventi un'insidia per il loro potere, allora no.

Per cui, per mettere in piedi la commissione bicamerale per le riforme 25 anni fa, D'Alema è stato pronto a trattare con il Cav.

Per sostenere il governo di Enrico Letta (fischieranno le orecchie al segretario del Pd) i voti di Berlusconi facevano comodo.

Come anche oggi, per sognare la maggioranza Ursula con Forza Italia.

Poi, però, quando gli equilibri cambiano e il centrodestra può aspirare a mettere un suo uomo al Quirinale che il centrosinistra si è tenuto stretto per trent'anni, la «patente» scade.

È un giochetto che va avanti da un quarto di secolo.

Forse ci sarebbe bisogno in Parlamento che qualcuno spiegasse finalmente alla sinistra e ai mondi che le girano attorno nei media e nella magistratura, che è arrivato il tempo di mettere in soffitta questi trucchi di parte.

*www.ilgiornale.it

tutti pazzi per la Civita