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Il centrosinistra continua ad essere diviso

di Augusto Minzolini

Sancire con un patto l'unità di intenti e la compattezza del centrodestra era un passo obbligato se davvero questa coalizione aspira a svolgere un ruolo di king-maker nell'elezione del nuovo capo dello Stato.

Aver raggiunto l'obiettivo, almeno in una dichiarazione ufficiale, per Berlusconi, Salvini, Meloni e gli altri alleati, è un risultato importante.

Magari dietro quest'intesa ci sarà forse qualche non detto, ma a questo punto - se quello di ieri a Villa Grande non è stato il pranzo delle beffe - la decisione di scendere in campo per il Quirinale, e quando, riguarda in primis Silvio Berlusconi.

Sarà lui a valutare le chance che ha di raggiungere l'obiettivo e gli alleati di fronte alla sua scelta di correre difficilmente potranno tirarsi indietro.

Pena - specie dopo l'accordo di ieri - il venir meno della coalizione.

Così nello scenario nebuloso che contraddistingue l'elezione del nuovo inquilino del Quirinale, qualcosa si è mosso e almeno ora un punto di riferimento c'è.

O meglio ce ne sarebbero due, visto che mercoledì, con una retorica felpata ma fin troppo chiara, Mario Draghi ha manifestato il suo desiderio di salire al Colle.

Ora, se le parole hanno un senso, l'uscita del centrodestra - che rivendica nei fatti per una sua personalità, a cominciare dal Cav, la presidenza della Repubblica - elide la mossa del premier.

Perché la candidatura di Draghi avrebbe un senso se fosse avanzata da un ampio schieramento che, al momento, invece, non c'è.

Anzi, addirittura c'è un pezzo notevole della maggioranza che non lo asseconda.

E visto che l'unica disponibilità gli è venuta da Enrico Letta, il rischio per lui è quello di trasformarsi nel candidato del Pd.

Inoltre la capacità di attrazione di un centrodestra unito aumenta se si tiene conto che il centrosinistra continua ad essere diviso.

Anche perché uno schieramento coeso - la politica spesso adotta le leggi della fisica - esercita una maggiore forza di gravità nei confronti di quella palude in cui vagano singoli parlamentari e frammenti di partito che caratterizza l'attuale Parlamento.

Ora non è la prima volta che l'alleanza di centrodestra parte favorita.

È successo in passato, ma le diatribe interne hanno mandato in fumo i piani.

Solo che questa non è un'occasione come le altre.

Per la prima volta dalla sua nascita, infatti, l'alleanza ha la possibilità di mandare un suo uomo al vertice delle istituzioni.

Una personalità che il giorno dopo dovrà rappresentare, con equilibrio e imparzialità, l'intero Paese e già solo questo darebbe un segnale forte perché dopo trent'anni in cui sul Colle si sono succeduti esponenti del centrosinistra, nell'immaginario collettivo è quasi maturata la convinzione che un esponente di questa parte politica non sia legittimato ad aver questa aspirazione.

Fallire per divisioni interne un'occasione del genere farebbe venire meno la stessa idea dell'alleanza. Inoltre l'approdo di un esponente del centrodestra sul Quirinale, specie se nella persona del suo fondatore, darebbe anche un segnale di pacificazione al Paese.

Cattolici e laici nella prima Repubblica si sono sempre preoccupati di avvicendarsi in quel ruolo, proprio per dare un'immagine di unità della nazione.

Se lo facessero per la prima volta anche gli esponenti che hanno partecipato alla guerra fra i due poli, sarebbe un bel passo avanti.

Sono solo sogni ispirati dal Natale?

Magari sì, ma intanto auguri sentiti a tutti i lettori del Giornale.

*www.ilgiornale.it

tutti pazzi per la Civita

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