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Dalla rassegnazione all’indifferenza

di Ercole Incalza (*)

Forse perché sono pugliese, forse perché sono nato in un Comune della provincia di Brindisi e quindi in un Comune vicino al centro siderurgico di Taranto, ma sono davvero sconvolto nell’assistere all’assenza imperdonabile di chi è preposto alla gestione della Regione Puglia, di chi è preposto alla gestione della Provincia e del Comune di Taranto, all’assenza inconcepibile del sindacato e, purtroppo, alla sistematica assenza del Governo e del Parlamento.

Da dove nasce questa mia convinta preoccupazione, dove trova origine questo mio senso di solitudine?

Ebbene, la risposta penso emerga chiaramente da quanto detto dal presidente di Acciaierie Italia, Franco Bernabè; in particolare, ultimamente Bernabè ha precisato: “I problemi dell’Ilva sono complessi.

Il nuovo piano industriale c’è ed è stato concordato con gli azionisti.

Ho difficoltà a vedere cambiamenti radicali.

Per cambiare i processi produttivi, bisogna sviluppare l’ingegneria, chiedere i permessi, fare le gare, costruire, mettere in marcia, tutti processi molto lunghi ci vogliono anni.

Non si possono comprimere i tempi.

Le persone hanno delle attese messianiche, ma non è così che funziona nell’industria”.

E alla domanda “la nascita di Dri d’Italia (la società totalmente controllata da Invitalia che avrà l’obiettivo di realizzare, per la prima volta in Italia, un impianto di produzione del “preridotto” (Direct reduced iron), di cui lei è stato nominato presidente, come si inquadra in questo scenario?”, sempre Bernabè ha chiarito: “È dimostrazione del fatto che il Governo ha tutta l’intenzione di mantenere i suoi impegni.

La costituzione della società contribuisce alla realizzazione del piano industriale di Acciaierie che comporta la graduale e progressiva sostituzione dell’area a caldo con forni elettrici”.

A questo punto il giornalista, giustamente, ha ricordato al presidente: “Il Governo nel Milleproroghe aveva dirottato 575 milioni di euro dei fondi sequestrati ai Riva dalle bonifiche ambientali alla decarbonizzazione dello stabilimento.

Il Parlamento però ha deciso diversamente”.

E il presidente Bernabè ha subito ribadito: “Per fare grandi investimenti ci vogliono risorse finanziarie importanti e Acciaierie d’Italia per la sua storia non può accedere al mercato dei capitali privati.

Senza quei fondi, occorrerà trovare rapidamente altre soluzioni.

Quel che è certo è che il tema Ilva per il Governo è strategico, dunque valuteremo assieme quali strumenti mobilitare per finanziare il piano di investimenti”.

Ma se le cose stanno così, cioè se per anni il centro siderurgico continuerà praticamente a non esistere e se per anni rimarrà ancora la “cassa integrazione”, dobbiamo purtroppo constatare che la grave emergenza Taranto rimarrà tale per un arco temporale illimitato.

E ciò che da molti anni (in modo particolare da cinque anni) questa realtà territoriale sta vivendo si trasformerà in una caratteristica strutturale irreversibile.

Cioè 25.000 posti di lavoro (tra diretti e indiretti) andranno persi e, cosa ancor più grave, questo territorio, un tempo chiave della crescita dell’intero Mezzogiorno e dell’intero Paese, diventerà una zavorra ingestibile, una zavorra pesante per lo sviluppo dell’intero Paese.

Tra l’altro, ritengo opportuno ricordare che, come detto prima, la società Dri d’Italia spa ha l’obiettivo di produrre il bene intermedio utilizzato per la carica dei forni elettrici, per ridurre la produzione di acciaio a ciclo integrato con il carbon-coke.

Un passo decisivo per rilanciare e riconvertire, in chiave “green”, il settore italiano della siderurgia, in coerenza con la strategia, governata dalla Commissione Ue, di garantire all’Europa “zero emissioni” entro il 2050.

L’Italia si allinea, così, agli altri Paesi europei che guidano la transizione verso la carbon neutrality dell’acciaio come la Svezia, Germania e Francia, dove sono in fase di progettazione impianti di produzione di preridotto.

Quindi, assistiamo a una tipica altalena programmatica: da un lato, siamo in presenza senza dubbio di un grande obiettivo strategico ma, contestualmente, leggiamo ancora segnali sistematici di non immediata azione attuativa.

Io consiglio al presidente Michele Emiliano di porre in Conferenza Stato-Regioni questo grave vuoto, questa fallimentare azione del Parlamento e dei governi che dal Conte I in poi si sono succeduti e che, a mio avviso, hanno ancora una volta ritenuto il “caso Taranto” una crisi locale.

Un silenzio del presidente Emiliano mi farebbe pensare che si sia crollati non nella rassegnazione ma, cosa più grave, nella indifferenza.

Forse, di fronte al protrarsi di tali comportamenti, o meglio, al protrarsi di questa completa assenza di misurabili rivendicazioni e di fronte a queste ammissioni di un grande manager come Franco Bernabè ci si chiede come mai nessuno, dico nessuno, non abbia detto nulla, non abbia formalmente chiesto al presidente Mario Draghi una immediata azione mirata del Governo.

La mia terra non merita questa folle e irreversibile indifferenza.

(*) Tratto dalle Stanze di Ercole

*www.opinione.it

tutti pazzi per la Civita

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