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Sulle capacità profetiche di Francis Fukuyama nutriamo dubbi

di Cristofaro Sola

Il politologo statunitense è noto per la colossale cantonata rimediata teorizzando “la fine della Storia” grazie all’affermazione della liberal-democrazia sul comunismo.

Se fosse stato per lui, con la caduta del Muro di Berlino saremmo giunti al capolinea ideologico dell’umanità.

Invece, siamo ancora qua a fare i conti con i peggiori demoni del Novecento che, come si dice, vivono e lottano insieme a noi.

Oggi Fukuyama torna a parlare dalle colonne de “Il Corriere della Sera” per donarci un’altra perla di saggezza.

Per il politologo, ciò che sta accadendo in Ucraina è la battaglia decisiva tra Paesi liberi e regimi autoritari. Niente più destra e sinistra, ma solo un lato della Storia presidiato dall’Occidente liberale e democratico, contro l’altro lato, occupato dall’oscurantismo russo e cinese.

E nel mezzo?

Le cento e passa sfumature di grigio, quante sono le specificità locali che possono migrare da un versante all’altro della Storia a seconda degli errori tattici, più o meno reversibili, che i due poli attrattori antagonisti possono compiere.

Fukuyama fa l’esempio della Macedonia del Nord.

Dopo anni trascorsi a chiedere l’adesione all’Unione europea ed essere rimasto inascoltato, è comprensibile che il piccolo Paese balcanico si guardi intorno alla ricerca di nuove intese, più favorevoli ai propri interessi.

La tesi di Fukuyama non convince per eccesso di semplicismo: il mondo non si taglia con l’accetta.

Oggi siamo al cospetto della ripolarizzazione della scena globale sulla base della ricomposizione degli imperi. Nessuno dubita che l’odierna Cina abbia una vocazione imperiale.

Come nessuna dubita che il dittatore Recep Tayyip Erdogan ci creda a voler rimettere nei cardini la Sublime Porta del fu Impero Ottomano.

Dalla fine della Seconda guerra mondiale la maggior parte degli europei liberi hanno di buon grado accettato la condizione di cittadini-sudditi di un nuovo Impero, diverso nelle caratteristiche e nelle forme dai modelli imperiali colpiti e affondati nel corso del Novecento: gli Stati Uniti d’America.

Il nostro essere occidentali è stato sinonimo di appartenenza a un peculiare paradigma politico-etico-economico-sociale-culturale.

E non ce ne siamo affatto lamentati.

L’Europa, di là dai proclami d’indipendenza e di autonoma sovranità, non riesce ad accedere a una dimensione imperiale perché mancante di un presupposto che le potenze imperiali di ogni tempo storico hanno avuto: un Cesare.

Chi è il “Cesare” europeo? Non esiste. Niente Cesare, niente Impero ma una sommatoria di Stati e staterelli in perenne competizione tra loro.

E l’Unione europea?

Una macabra finzione burocratico-giuridica.

Non lo diciamo noi, lo dicono i fatti.

Il grande convitato di pietra nella corsa ai nuovi imperialismi in questi decenni è stata la Russia.

Posta in uno stato di sospensione durante la lunga stagione della dittatura sovietica, non si sarebbe potuto stabilire con certezza come e quanto fosse mutata la sua natura profonda nell’impatto con l’ideologia comunista.

Un pezzo anomalo d’Europa?

Il cuore pulsante di una diversa Asia?

Oppure né l’uno, né l’altro?

Con la fine dell’Unione Sovietica e la contestuale apertura di Mosca ai valori fondanti dell’Occidente, si è pensato, a torto, che la nuova Russia potesse essere asseverata alla cultura occidentale.

Niente di più sbagliato.

Da quella zarista, a quella post Guerra fredda, fino all’odierna versione putiniana, passando per l’Unione Sovietica, la Russia è rimasta la Russia.

Un Paese che non è culturalmente europeo ma, come sostiene Aleksandr Dugin, teorico dell’Eurasiatismo, non è affatto un Paese: è una civiltà distinta.

L’Occidente è passato da un errore all’altro nell’approccio alla complessità russa.

Prima ha pensato di inglobarla, facendone un grande mercato di sbocco delle proprie produzioni e dei propri costumi, poi respingendola come corpo estraneo verso Oriente in un innaturale accomunamento alla dimensione estremo-orientale del gigante cinese.

La forma plastica di tale errore sta nella rappresentazione del personaggio Vladimir Putin che l’Occidente ha costruito a suo uso e consumo: dall’amico, un po’ sopra le righe, molto grossier, con cui fare affari insieme, al criminale, pazzo, assetato di sangue da catturare e trascinare davanti a un tribunale internazionale per crimini contro l’umanità.

Qual è il vero Putin? Quello di prima o quello di oggi?

Probabilmente nessuno dei due. O entrambi.

Troppo facile scaricare tutto sul nemico, dipinto come il male assoluto, per coprire la marea di errori commessi nel non sforzarsi adeguatamente a comprendere la natura di fondo del mondo russo.

Troppo superficiale pensare che quella complessità potesse rintanarsi tra le pieghe del cosmopolitismo pietroburghese di un Fëdor Dostoevskij, del quale però ignorarne il messaggio messianico, o ritrovarsi descritta dal tardo-romanticismo musicale filo-occidentale di un Pëtr Čajkovskij.

C’è tanta anima tradizionale russa nella disperante gioia di vivere che promana dalla musica di Sergei Rachmaninov, quanta se ne ritrova nella violenza intellettuale, esplosiva e coraggiosa, del verso poetico di un Vladimir Majakovskij.

Bisognava approfondire l’analisi sulla natura profonda di quell’indovinello, avvolto in un mistero all’interno di un enigma chiamato Russia (una parafrasi dell’aforisma coniato da Winston Churchill) per cogliere il bandolo della matassa che, una volta dipanata, l’avrebbe condotta a legarsi sì all’Occidente, ma nel verso giusto.

Davvero si è creduto che attorno a Mosca, e con la sola eccezione dell’“europea” San Pietroburgo, vi fosse un Paese senza cultura politica?

Che l’appeal del “dittatore” Putin facesse presa su un panorama geografico tratteggiato da realtà depresse e isolate dal mondo civile?

Che quella vasta area srotolata tra la riva del Danubio e l’Oceano Pacifico, radicata nel cuore dell’Asia, fosse una sconfinata landa isolata?

La Russia è città e campagna, pianura e montagna, steppa e tundra, foresta e palude, ghiacci e deserto.

Non si è capito per tempo che il lungo filo identitario che lega il passato remoto di quei territori al presente, tocca solo tangenzialmente la Rus’ di Kiev, mentre è più saldamente legata all’epopea di Bisanzio, nodo di raccordo tra la Roma antica e l’odierna Mosca, la “terza Roma”.

Vladimir Putin incarna il riscatto di una parte di mondo, quello slavo-ortodosso, che si contrappone al paradigma storico-culturale del tipo romano-germanico sul quale è stato edificato l’edificio (virtuale) europeo.

Il patriottismo espresso nell’accezione putiniana si arricchisce di un elemento che la cultura occidentale, a torto o a ragione (noi diciamo a torto), ha espunto dalla sua condizione esistenziale: la spiritualità.

Si obietterà: sono parole, la sostanza è che Putin sta massacrando gli ucraini.

Vero. Ma siamo all’epilogo di una storia scritta male e narrata peggio, da tutte le parti.

La molla che ha fatto scattare la reazione violenta di Mosca è stata la paura di vedere sottratta l’Ucraina alla missione di ricomposizione imperiale di cui Putin si sente investito.

Probabilmente, non hanno tutti i torti i sostenitori della tesi secondo cui il pericolo di vedersi piazzati i missili della Nato fuori dell’uscio di casa fosse solo il pretesto per scatenare l’aggressione al vicino infedele.

C’è anche questo nelle motivazioni dell’attacco russo.

Ma non solo questo.

C’è principalmente la missione escatologica di riconnettere un Dio a un popolo e a una terra, missione che nella Storia è appartenuta alla gente d’Israele.

Per coglierne l’insieme, è qui che bisogna rileggere Dostoevskij, quando ne “L’idiota” fa dire al protagonista, il principe Lev Nikolaevič Myškin: “Chi ha rinunciato alla sua terra, ha rinunciato anche al suo Dio”.

Ora, ci saranno questioni geopolitiche, economiche, strategiche che tengono inchiodati i soldati russi in Ucraina.

Ma c’è anche il senso di un apostolato vocato alla palingenesi del rapporto tra umano e divino che non contempla la transizione democratica e il liberalismo nel suo inverarsi nella Storia.

Se non lo capiamo e se non approntiamo una correzione di rotta alla contrapposizione frontale consumata sulla pelle degli ucraini, la guerra appena cominciata non finirà.

E comunque non avrà l’esito sperato dagli occidentali.

*www.opinione.it

tutti pazzi per la Civita

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