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Per secoli a libertà era un concetto concepibile solo per alcuni

di Giuseppe Basini*

C’è un valore che la destra e il centrodestra classici hanno tradizionalmente cercato di preservare ed è la libertà.

Storicamente è stato così.

Scegliendo una parte, la destra appunto, nelle aule delle nascenti assemblee rappresentative europee, si preferì di leggere la storia in un certo modo, si preferì di essere eredi di certi valori e di certi interessi, si preferirono tradizione, aristocrazia, bellezza, proprietà privata, elitarismo ma, soprattutto, si scelse la libertà.

Anche se per un lunghissimo periodo era stata la libertà di pochi.

Era stata la libertà dei filosofi di Atene, la libertà dei patrizi di Roma, la libertà delle corporazioni dell’Italia dei comuni, la libertà dei nobili, dei “pari” del Regno d’Inghilterra o dei grandi borghesi, una libertà aristocratica ed elitaria, insomma, ma la sola libertà di allora.

Oggi ci appare inaccettabile ma per millenni era stato così: di fatto il “popolo” non comprendeva la plebe, il mondo – più di oggi – era dei signori, dei guerrieri, dei ricchi.

La libertà era un concetto concepibile solo per alcuni e la ragione era ridotta spesso solo a ragionevolezza.

A sinistra si sedettero invece coloro che adoravano l’uguaglianza.

Si sedettero coloro che si volevano come gli eredi di Sparta e di Spartaco, si sedettero i socialisti utopistici, si sedettero i giacobini.

All’uguaglianza, al livellamento sociale, all’istruzione indirizzata e obbligatoria, erano pronti a sacrificare bellezza, cultura, tradizione, religione, proprietà e financo la vita e la libertà.

La quale ultima, se non poteva essere di tutti non doveva valere per nessuno. Contraddittoriamente partecipi, però, della millenaria consuetudine di considerare la plebe incapace di gestirsi, gli uomini della sinistra vollero esserne i dichiarati tutori e alla fine lo teorizzarono: “Un partito a guida della classe proletaria, con un comitato centrale a guida del partito, un politburo a guida del comitato e un primo segretario a guida del politburo”.

Alla ragione sostituirono spesso la Dea Ragione.

Le due tendenze, che cercavano di comprendere la Storia, si fronteggiarono tra nazione e nazione e dentro le nazioni, all’interno di regole condivise (e fu la polemica politica) e al di là delle regole (e fu la guerra).

Ma intanto scienza e sviluppo marciavano e, proprio nelle società più libere, cambiavano la vita di tutti. 

Il vapore, la stampa, l’elettricità, l’accumulo di capitale e la rivoluzione liberale borghese cominciavano a permettere la diffusione del benessere, dell’istruzione e la settimana di quaranta ore.

Cominciavano insomma a fare della plebe popolo.

L’irrompere delle masse nella vita politica diventava così – nei Paesi occidentali – l’irrompere di milioni di nuovi cittadini, in grado di cominciare a comprendere le trasformazioni, di partecipare, di ricercare la cultura e l’elevazione sociale.

Ed era la destra assai più della sinistra, che pure l’aveva caparbiamente cercata, l’artefice di questa trasformazione sociale.

Era il successo del metodo della libertà elitaria su quello dell’uguaglianza imposta, era il successo dei Paesi liberal-nazionali su quelli social-comunisti, nonostante questi ultimi l’avessero come programma. Una libertà elitaria che via via evolveva in libertà democratica.

Si era infatti finalmente prodotta, nella destra che sempre aveva posto il “signore” al centro del suo sistema di valori e che ne voleva a tutti i costi salvare libertà e stile di vita, la sacrosanta presa di coscienza che il signore esisteva e poteva rivelarsi nella persona qualunque, purché le fosse permesso di elevarsi spiritualmente e materialmente: nacquero i grandi partiti democratici e liberali dell’Occidente.

La libertà cominciava a diventare di tutti e per tutti.

Tra tentativi e tremendi sbagli, rozze semplificazioni, rivoluzioni e controrivoluzioni, tuttavia la contaminazione tra destra liberale e sinistra socialista, trascinate entrambe dal progresso tecnico, si è comunque prodotta e ha generato effetti complessivamente positivi, pur conducendo a esiti diversi.

L’esigenza di rispettare certi valori social-democratici ha infatti prodotto un rafforzamento delle democrazie liberali occidentali, mentre l’introduzione di elementi di tolleranza nei Paesi comunisti ne ha provocato per incompatibilità il crollo.

Se questo ha dimostrato la superiorità del sistema di libertà, ci lascia comunque in parte anche una sinistra migliore del passato (soprattutto nel cosiddetto socialismo liberale).

Una sinistra che sembra aver, seppur controvoglia, accettato la lezione liberale e che oggi, sempre almeno in parte, non prende più, né obbliga a prendere, il fucile.

Comunque si è camminato e oggi la sinistra democratica di un Paese democratico cerca di contemperare libertà e uguaglianza, anche se privilegia quest’ultima, mentre la destra democratica sa bene che la libertà è davvero il primo valore, ma vale per tutti se c’è giustizia sociale.

L’Europa intera, alla caduta del muro di Berlino, sembrava come il resto dell’occidente vicina alla democrazia compiuta, perché si era finalmente capito che la libertà porta sempre con sé anche un certo grado di uguaglianza e giustizia sociale le quali invece, anche se invocate, scompaiono del tutto dove la libertà muore.

Le destre e la Destra liberale avevano ragione che la libertà, dunque, viene prima dell’uguaglianza. Sembrava tutto fatto, sembrava che il modello liberal-democratico e l’economia libera dovessero finire per affermarsi in tutto il mondo, sembrava l’inizio di quella “fine della Storia” che Francis Fukuyama, nel suo fortunatissimo libro, preconizzava.

Non era purtroppo così e per varie, molteplici e profonde ragioni. Il vento dell’integralismo aveva infatti ripreso a soffiare nelle vele di alcune religioni, soprattutto islamiche, recuperando la storica intolleranza delle verità rivelate assolute e facendo del credo religioso uno strumento di aggressione nazionalistica antioccidentale.

Mentre certa sinistra, in nome di un relativismo autolesionistico, ha spesso dato una copertura al fenomeno, sembrando dimenticare completamente che i valori di tolleranza dell’illuminismo laico non sono “un punto di vista occidentale”, ma le vere regole fondanti della democrazia.

Contemporaneamente, quella gran parte di mondo ancora governata dai comunisti, segnatamente la Cina, abbandonava la sistematica inefficienza dell’economia di Stato pianificata di modello sovietico, permettendo la nascita di un’aggressiva intrapresa privata, ma senza rinunciare in nulla alla dittatura e alla assoluta prevalenza del partito, divenendo molto più pericolosa nella sfida, anche militare, alle democrazie, perché alla enorme popolazione poteva finalmente aggiungere una ritrovata efficienza economica, grazie alle economie di scala e ai bassi salari di una pace sociale violentemente imposta.

L’Occidente intanto cominciava a mostrare segni di debolezza e divisione (non inganni la momentanea e un po’ forzata unanimità antirussa), dovuti in parte al fenomeno nuovo, essenzialmente americano ma diffusosi ovunque, di un “politically correct” molto intollerante, basato su un ambientalismo ideologico e tendenzialmente antieconomico, su un furore iconoclasta verso gran parte della sua storia e delle sue tradizioni.

E su una ideologia “gender” radicalizzata, fenomeno unito, per una parte non residuale, a una perdurante tendenza dei Paesi anglosassoni di lingua inglese, da considerarsi sempre e comunque “guida naturale” del mondo libero, con conseguente significativa sottovalutazione, nelle decisioni veramente importanti, del ruolo degli alleati, a cominciare dall’Europa.

E questo è dovuto assai più alla sinistra radicale e messianica che ai conservatori libertarian. Con Ronald Reagan non sarebbe successo, come probabilmente non sarebbero mai avvenuti i disastri dell’Ucraina e dell’Afghanistan.

In generale la sinistra, in tutto il mondo sviluppato, non sa più governare gli avvenimenti perché, al di là di una pericolosa omologazione mediatica, mondialista e totalizzante, è divisa in due grandi filoni entrambi irrimediabilmente inadeguati: l’uno, ortodosso, affida ancora le soluzioni al classico statalismo tardo ottocentesco, datato, fallito in tutto il mondo e ormai perfino sfiduciato in se stesso.

L’altro, il filone rosso-verde, è segnato da una prevenzione oscurantista verso la scienza e da una sorta di pessimismo globale verso l’uomo e le sue qualità, quando non addirittura da un certo disprezzo mal dissimulato per l’umanità vista come spregevolmente egoista.

In definitiva, la sinistra non ama l’uomo, lo vorrebbe più rispettoso, più altruista, più ecologico, più disinteressato e magari più sportivo, vegetariano o dedito alla cucina mediterranea.

Ma così com’è non le piace proprio: ecco perché la sinistra ha sempre quell’atteggiamento pedante verso tutti e concepisce come metodi solo il divieto e la regola, mai la libertà.

Tutto questo ha una conseguenza drammatica.

La sinistra più invecchiata pensa a una inesistente realtà di uomini stabilmente irreggimentabili, quella più recente ama in effetti la natura solo se priva di presenza umana (che è quanto di più innaturale esista, perché in natura l’uomo invece c’è).

Con queste premesse, la sinistra può soltanto ostacolare la soluzione dei problemi.

Oggi, nel mondo e nella nostra Italia, solo la destra democratica, liberale e nazionale, occidentale e modernizzatrice, sembra avere le categorie di valori per provare ad affrontare i nuovi problemi: ottimismo, senso del dovere, visione dell’uomo nella natura, senso e memoria della storia, fede e gusto della Libertà e anche e soprattutto quella fiducia nel progresso umano che sembra ormai persa dagli altri ma che lei rivendica con orgoglio (come quando progetta la colonizzazione dello Spazio).

Ma per far questo occorre che le mille anime della destra e del centrodestra, le mille tradizioni e storie diverse a cui questa grande comunità è appassionatamente attaccata, vengano unite in una nuova storia da costruire, vengano proiettate verso il futuro e fuse dall’azione.

Occorre che tutte le differenze delle destre, che ne costituiscono il ricchissimo humus di idee, culture, sentimenti e perfino risentimenti.

E che entrino in un crogiuolo per produrre una sintesi per gli anni Duemila, senza che nessun sacerdote della propria etnia politica consideri riduttivamente gli altri, senza abiure e senza riserve di caccia.

Da Charles de Gaulle e Ronald Reagan in poi le alleanze di centrodestra sono la prima reale opportunità di modificare radicalmente la politica di un Occidente nel quale il social-comunismo statalista (in versione ortodossa, politically correct o clerico-comunista, a seconda delle culture) si era radicato in più di cinquant’anni.

Sono la prima reale opportunità di restituire le nazioni occidentali ai loro cittadini e alla loro tradizione.

Valori che per più di trent’anni erano stati dimenticati o sembravano sul punto di esserlo, come la libertà individuale, il senso dell’onore, la libera iniziativa, la tradizione cristiana, la solidarietà nazionale, la Patria (e l’Europa avrà successo proprio se saprà essere Patria anch’essa), sembra che abbiano di nuovo diritto di cittadinanza politica.

E non più come isolate testimonianze di piccole comunità fortemente motivate, ma come valori condivisi da grandi movimenti popolari che puntano democraticamente alla direzione delle nostre Nazioni.

Queste Alleanze hanno irrevocabilmente indicato la Libertà come fine e la democrazia come metodo, in tutti i campi, a cominciare dall’economia dove il convinto liberalismo economico è a difesa del cittadino, contro ogni massificazione, socialista oppure oligopolistica, che lo riduca a un indifferenziato compagno-consumatore.

Noi difendiamo la Persona.

Oggi, finalmente, sembriamo in grado di vincere la “battaglia delle idee e delle parole”, imponendo come discrimine le scelte che quelle idee sottendono, invece di subire divisioni imposte dalle parole del social-comunismo.

E questo perché un centrodestra diviso da un secolo drammatico in spezzoni, legati a passati diversi, è apparso finalmente in grado di riunirsi nel nome di una visione tradizionale e di un impegno per il futuro.

Ricordiamocelo quando le polemiche partigiane rischiano di dividerci.

È una enorme responsabilità quella che incombe sulla destra.

Ma una responsabilità cui non può sottrarsi, perché la battaglia con i nemici della Libertà, con gli integralisti, con gli eredi di Sparta è tutt’altro che finita.

*www.opinione.it

tutti pazzi per la Civita

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