Pin It

La forza del popolo

di Riccardo Scarpa*

La riunione, per la prima volta dopo la sospensione a causa della pandemia, del Forum economico mondiale a Davos, nella Confederazione elvetica, al di là della sfilata di tante persone ragguardevoli e dell’assenza di esponenti della Federazione Russa, mi stimola a ripensare al sociologo tedesco Ulrich Beck.

E alla sua idea: se i cosiddetti “giovani d’oggi”, al contrario di quelli di ieri, si guardano bene dal frequentare le organizzazioni giovanili dei partiti politici a passare le nottate in stanze fumose per discutere la virgola di mozioni programmatiche in vista del prossimo congresso, e vanno per discoteche, non è per disimpegno ma in quanto “votano di continuo con le scarpe”.

Ciò perché quei partiti finiscono col rappresentarli in parlamenti inutilmente discutitori, che non deliberano su questioni influenti nella loro vita.

I loro problemi sono generati o risolti da soggetti transnazionali globali, sui quali quei parlamenti non hanno voce in capitolo.

Democrazia, forza del popolo (δῆμος, démos, “popolo” e κράτος, krátos, “forza”), fu la forza espressa dal demos in assemblea, ad Atene, nel quinto secolo avanti Cristo e durata non più, secondo Platone, di una generazione e mezza.

Finì col processo a Socrate.

Fu diretta, perché espressione di pochi cittadini. Quell’appartenenza ebbe un carattere fortemente etnico.

Gli uomini liberi non appartenenti all’ἔϑνος, alla razza civica, godevano di tutti i diritti privati, ma erano privati, appunto, dell’appartenenza alla comunità politica.

I cittadini ebbero tempo per le pubbliche discussioni, in quanto molti lavori erano disbrigati dagli schiavi o dalle donne, aiutate dai primi (certe volte anche troppo!).

Nei secoli successivi se ne continuò a discutere tra dotti, insieme ai concetti di forza dei migliori, aristocrazia (dal greco άριστος, àristos, “migliore” e κράτος, kratos, sempre “forza”) e di monarchia ( mónos, μόνος, “uno” e árchō, ἄρχω, “essere il principio”), e della superiorità, secondo Aristotele, di un Governo misto, che attingesse ai tre principi.

La democrazia, poi, fu realmente praticabile, in età moderna, solo quando Thomas Hobbes e John Locke coniarono il concetto di rappresentanza in una comunità politica nella quale era sopravvissuta la rappresentanza comunale in quell’organismo feudale che fu il Parlamento.

È molto limitativo asserire che sia necessaria la delega per l’ampiezza geografica degli Stati moderni.

In realtà, il cittadino del comune mercantile o della Rivoluzione industriale non è quello dell’età di Pericle.

Per il superamento del modo di produzione schiavistico in quello mercantile ed industriale ognuno deve campare, svolgendo direttamente un lavoro, sia costui un muratore o un medico, un pastore o un assicuratore, un mercante o uno scalpellino.

Dopo le ore destinate al lavoro, alla famiglia e quant’altro, il cittadino del borgo, il borghese, non ha tempo per la vita pubblica diretta.

Come quando deve difendere i suoi diritti in Tribunale, ha bisogno di un professionista che lo difenda, così se li deve promuovere in Parlamento, deve deputare qualcuno.

Questo sistema ha reso possibile la democrazia moderna.

Esso, tuttavia, richiede lo Stato, cioè un’autorità che regge il popolo stanziato in un territorio.

Il globalismo ha fatto saltare questo rapporto col territorio e vanificato la democrazia rappresentativa.

Le decisioni sul globo terracqueo raramente vengono prese da Organizzazioni internazionali.

Quando è così, già è qualcosa: riuniscono Stati i cui governi, se democratici, rispondono a un Parlamento eletto. O comunque debbono essere rieletti loro.

Spesso, però, sono espressi da organismi transnazionali del tutto privati, ma tutt’altro che privati del potere di incidere sulla vita della gente. Si arriva a deliberare in Parlamento una politica agraria.

Poi arriva la Monsanto e, con le sue scelte, squinterna le carte.

L’Ucraina, per resistere all’invasione della Federazione Russa, ha ovviamente bisogno di fondi.

A Roma, quando si intende dire che uno è ricchissimo, si dice “ha i soldi per fare due guerre mondiali”.

Così in Ucraina più della metà delle terre fertili, 17 milioni di ettari su 32 milioni totali, sono state vendute a multinazionali e imprese agricole estere.

Tra queste, pare che la Monsanto stia facendo pressione sulle autorità politiche locali per abrogare la legislazione nazionale in cui si vieta la coltivazione di organismi geneticamente modificati e così, coltivandole in quello Stato ancora non membro dell’Unione europea, aggirare il divieto di queste colture in essa.

Tutte le Costituzioni degli Stati liberi riconoscono la libertà di espressione del proprio pensiero, di parola e di stampa.

Già nell’antica Grecia la parresia, παρρησία, πᾶν, pān, “tutto”, e ρῆσις, rhēsis, “discorso”, nel senso di libertà di parola, era considerata presupposto della democrazia.

L’irruzione telematica dei cosiddetti “social”, il dilagare di false notizie, possibile propaganda terroristica o altri comportamenti arbitrariamente considerati criminali, ha spinto gestori e padroni di questi strumenti a censurare quanto diffuso.

Ciò senza tener conto delle norme di garanzia statuite negli ordinamenti liberali.

È dal 1889 che, su iniziativa del parlamentare britannico William Randal Cremer e del francese Frédéric Passy, è sorta l’Unione Inter-Parlamentare, con lo scopo di favorire il dialogo per la democrazia rappresentativa.

Essa, però, non ha mai avuto un ruolo rispetto le Organizzazioni internazionali del tipo della Società delle Nazioni o, oggi, dell’Organizzazione delle Nazioni Unite, né delle agenzie settoriali, quali l’Organizzazione Internazionale del Lavoro, la Fao, l’Unesco.

Tantomeno essa è presa in considerazione dalle imprese transnazionali private.

Del resto, il grande sociologo liberale del secolo scorso, Ralf Dahrendorf, asseriva che una elezione comporta una cultura comune ai membri del corpo elettorale.

Questo non è dato a livello globale.

Ne consegue, per me, che se vogliamo ridare fiato alla politica, dobbiamo darlo in quei contesti supernazionali caratterizzati da principi comuni, quali l’Unione europea.

E pensare a un criterio di legittimazione diversa a livello globale.

Mi viene in mente il concetto di isonomia, ἰσονομία, ἴσος, uguale e – νομία – nomia, νόμος, norma.

Una giurisdizione planetaria per sottoporre tutti, pubbliche autorità e privati, a un ferreo Νόμος Βασιλεύς, cioè ad una norma in grado di essere il vero Imperatore.

Forse il globalismo diventerebbe più umano con una riforma del Consiglio per i diritti umani dell’Organizzazione delle Nazioni Unite, con giurisdizione non solo su Vladimir Vladimirovič Putin e Joe Biden, Isaac Herzog o Mahmūd Abbās, Recep Tayyip Erdoğan ed altri.

Ma anche sulla Monsanto e Hugh Grant, Elon Musk, Sundar Pichai, Andy Jassy, Mark Zuckerberg.

Poi, per quanto attiene alla democrazia, forse spetta a nascenti corpi intermedi globali – dalle associazioni ambientaliste a quelle per i diritti umani, dai sindacati di categoria alle languenti internazionali partitiche e altro – darsi una mossa.

“Fare popolo”, cioè insieme deliberante, come l’articolato populus quiritium et romanorum.

E conquistarsi lo spazio da sé.

*www.opinione.it

tutti pazzi per la Civita

Aggiungi commento


Codice di sicurezza
Aggiorna