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Enrico Berlinguer e la “Questione morale”

di Augusto Minzolini*

Sono passati poco più di quaranta anni da quando Enrico Berlinguer pose la cosiddetta «questione morale» che cambiò il carattere identitario del Pci inserendo nel Dna di quel partito e in tutte le sue trasformazioni successive un senso di superiorità verso gli altri di cui ancora oggi trasuda il Pd.

Disse all'epoca Berlinguer: «I partiti di oggi sono soprattutto macchine di potere e di clientela».

Ora, Enrico Letta non me ne voglia, ma se c'è un partito che corrisponde più di altri a quella fotografia negativa oggi è il suo.

Anche negli altri non mancano i mascalzoni certo, ma nel Pd ormai c'è un sistema che lega politica-potere-affari.

La conversazione violenta tra il capo di gabinetto del sindaco di Roma Gualtieri, Albino Ruberti, con il fratello dell'eurodeputato Francesco De Angelis, Vladimiro, in un lessico che ricorda da vicino quello che usciva dalla bocca di Buzzi e Carminati, non racconta un episodio, ma è l'immagine di un costume.

E sia pure in un linguaggio meno aulico, rammenta i discorsi che Massimo D'Alema faceva ad un novizio inesperto di questo tipo di politica nella vicenda delle corvette e dei sommergibili che dovevano essere venduti alla Colombia.

Le tre parole politica, potere, affari ormai da quelle parti vanno a braccetto: Francesco De Angelis, fratello di Vladimiro, uno dei protagonisti della discussione animata all'insegna del galateo criminale, non è solo un eurodeputato, ma anche il presidente del consorzio Industriale Lazio, l'organismo che dovrà gestire diversi fondi del Pnrr.

Quando si parla di commistione di ruoli.

È naturale quindi che se si passa dalle idee a parlare di ben altro lo scontro non risparmi nessuno, che alla fine l'epilogo non preveda superstiti.

Ora, nessuno vuol fare il moralista, per primo il sottoscritto: ognuno ha la sua etica e spesso il moralismo di facciata è parente prossimo del giustizialismo.

Come diceva Pietro Nenni: «A fare a gara a fare i puri, troverai sempre uno più puro che ti epura».

Solo che il moralismo, o meglio la visione manichea della politica sul piano dell'etica (noi siamo gli onesti, gli altri sono i banditi) ha animato la sinistra per molto tempo e sotto sotto ne è il collante anche ora.

Anzi questa filosofia è stato lo strumento usato per decenni per far fuori intere classi dirigenti (basta pensare a Tangentopoli), avversari politici (da Berlusconi in giù) ed eretici (Renzi e altri).

Una filosofia ovviamente ammantata dall'ipocrisia perché valeva solo per gli altri.

Solo che il predicare bene e il razzolare male nel tempo ha finito per condizionare molto i comportamenti del Pd.

Se vuoi crocifiggere gli altri e apparire come un asceta a parità di peccati, devi aver un santo in Paradiso, cioè la magistratura: ed è il motivo per cui il Pd continua a garantirla in tutti i modi, a salvaguardare un sistema giudiziario che fa acqua da tutte le parti e, nel contempo, ad esserne garantito (nessuna sorpresa se presto ci sarà uno scandalo contro il centrodestra: è tradizione).

Contemporaneamente, se scambi la politica per il Potere è ovvio che non ti rassegni a perderlo.

Per impedirlo criminalizzi l'avversario, tenti di delegittimarlo, come in queste settimane lo consideri mezzo fascista o amico di Putin.

Pensi cioè di avere la ragione morale per mettere in campo gli strumenti che hanno permesso al Pd negli ultimi dieci anni di stare al governo senza aver vinto un'elezione.

Solo che dal 2011 tanta acqua è passata sotto i ponti e molti si sono accorti che se c'è una questione morale quella investe il Pd.

Per cui gli struzzi che vogliono ancora tenere la testa sotto la sabbia, abbiano almeno il pudore d'ora in avanti di non agitarla contro gli altri.

*www.ilgiornale.it

tutti pazzi per la Civita

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