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E venne il giorno di Matteo Renzi a Strasburgo

di Cristofaro Sola*

Com’è andata? L’intervento pronunciato davanti al Parlamento riunito in seduta plenaria è stato ricco di suggestioni. Dal punto di vista della modalità comunicativa non v’è dubbio che l’abbia sfangata.

Il discorso si è mosso sostanzialmente sulla linea concettuale della contrapposizione di coppie assiologiche alternative: numeri contro anima, popoli contro burocrazie, dinamismo contro immobilismo, flessibilità contro rigidità, crescita contro rigore.

Il gioco degli opposti, tentato per evidenziare la personalità dell’uomo Renzi, ha funzionato. Con abile artificio il premier ha eluso l’elencazione delle cose da fare, rinviando il tutto alla consultazione del documento scritto, depositato presso la presidenza dell’assemblea.

Tuttavia, su di un punto è stato convincente, quando ha dichiarato di voler riportare la politica al centro dell’azione di governo dell’Europa comunitaria. Per quanto riguarda, invece, i contenuti è tutt’altra musica. Renzi ha dato l’impressione di giocare in difesa.

È apparso molto preoccupato nel voler rassicurare a tutti i costi l’uditorio che l’Italia non era lì per chiedere. Non solo. Ha rimarcato più del dovuto che c’è piena consapevolezza sui sacrifici da compiere per colmare il deficit di credibilità accumulato dall’Italia in questi anni. Se non era un “excusatio non petita”, ci assomigliava molto. Perché, allora, la necessità della sottolineatura?

Come è emerso dal dibattito che ne è seguito, gli altri, in particolare i soliti tedeschi, credono poco alle promesse italiane, al punto che hanno già cominciato a prendere le distanze dall’entusiasmo del giovane fiorentino. Ascoltare per credere l’intervento puntuto del capogruppo tedesco del Ppe, Manfred Weber, che ha tenuto ad impartire anche a Renzi la solita lezioncina sulla negatività ontologica del debito. Il nostro premier non ha gradito.

Lo si è visto nella replica, piuttosto stizzita, quando ha scandito che l’Italia non deve prendere lezioni da nessuno. Sacrosanto! Tuttavia le parole di Weber, in sé arroganti, inducono il sospetto che gli sbandierati successi presso gli altri capi di governo sulla flessibilità nell’interpretazione del patto di stabilità in realtà non siano stati tali. Non è l’unico passaggio dubbio.

Renzi ha detto che l’Italia non domanda di cambiare i patti, anzi, intende rispettarli alla virgola. Verrebbe da chiedere al nostro primo ministro: “Come pensi di avviare la crescita se non hai la forza di provare a riformare nel profondo lo spirito guida dell’attuale sistema comunitario?”

Sul fronte della politica estera il discorso è stato debole. Il premier, in aggiunta alle solite ovvietà, ha citato la crisi affrontata dal nostro Paese in queste ore per il decuplicarsi dei flussi di clandestini. È sorprendente, però, che non abbia avuto la forza di puntare il dito contro il ruolo di Frontex, l’agenzia per il controllo delle frontiere esterne dell’Unione, dicendo che è stato totalmente fallimentare.

Se il discorso nel suo complesso è apparso deludente, su un passaggio è stato assolutamente inaccettabile.

Nel pieno della foga retorica, Renzi ha richiamato l’Europa alla sua responsabilità di faro della civiltà per il mondo globalizzato. Giusto! Ha detto che l’Unione deve indignarsi per il fatto che in Pakistan sia in carcere da quattro anni una giovane donna, Asia Bibi, detenuta perché cristiana e che in Nigeria centinaia di ragazze sono state rapite dai fondamentalisti islamici perché giudicate colpevoli di voler apprendere la cultura degli occidentali.

Giustissimo! Peccato che abbia dimenticato che in India, da più di due anni sono illegittimamente trattenuti due militari italiani, due europei, Salvatore Girone e Massimiliano Latorre, accusati di non si sa bene cosa se non di aver compiuto il loro dovere.

È semplicemente indecente che il nostro premier non li abbia ricordati nel luogo simbolo della democrazia occidentale. Per non smentirsi, il “giovane” Renzi ha voluto richiamare lo spirito positivo del suo giovanilismo. Ha invocato il diritto ad appartenere alla “generazione Telemaco”, che sarebbe sinonimo di futuro e di gioia, antidoto alla noia che promana oggi da un’Europa vecchia.

Avrebbe forse fatto meglio a parlare di generazione “Copernico”? Sarebbe stato bello ascoltare che l’unità dell’Europa non può essere piegata su una prospettiva germanocentrica, perché la pretesa di far ruotare su una sola orbita tutti i Paesi-satelliti intorno a uno Stato-stella, condurrebbe l’intero sistema a collassare. Quelle pronunciate a Strasburgo, alla fine, restano comunque parole.

Quel che più conta adesso sono i fatti. In Europa, come in Italia. Soltanto gli atti concreti potranno sciogliere il dubbio se Matteo Renzi dovrà un giorno essere collocato tra gli statisti del nostro tempo storico o essere spedito per sempre nell’indistinto cosmico dei “soliti stronzi” di arbasiniana memoria.

*www.opinione.it

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