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Una vera riforma, utile, economica, efficace

di Pietro Di Muccio de Quattro*

Le regioni ordinarie furono istituite nel 1970 senz’alcuna ragione specifica, funzionale o istituzionale, bensì per uno scopo esclusivamente e grettamente di stampo partitocratico.

Come attestato dalle memorie di Francesco Cossiga, “esse furono dunque varate per motivi eminentemente di equilibrio politico, non perché le si ritenesse necessarie per una migliore organizzazione dello Stato; insomma, bisognava dare un po’ di potere ai comunisti lì dove erano più forti: in Toscana, in Emilia Romagna, in Umbria”.

In favore della loro istituzione, la maggioranza regionalista addusse quattro motivi principali, qualificati addirittura esiziali: bisognava attuare la Costituzione (22 anni dopo!), decentrare lo Stato, ridurre la burocrazia (impiegati e apparati), risparmiare sulla spesa pubblica.

Questo vastissimo programma si è pervertito, come preconizzarono i pochi lungimiranti oppositori, nel suo esatto contrario: la disarticolazione dello Stato, l’aggiunta della burocrazia regionale alla burocrazia statale, l’espansione della spesa pubblica e del debito pubblico, l’aumento vertiginoso dei conflitti tra Stato e regioni: queste non meno impermeabili di quello alle corruttele, ai favoreggiamenti, agl’interessi privati.

Solo la stupidità può immaginare di sconfiggere il burocratismo con le armi della burocrazia.

I ministeri regionali si sono aggiunti ai ministeri centrali.

Le regioni hanno dimostrato di essere uno dei più potenti fattori discriminanti tra cittadini.

Hanno dato l’ennesimo colpo di maglio agl’Italiani davanti alla legge.

Lo sanno bene i contribuenti, in generale, e gli agricoltori ed i malati in particolare.

Per colpa delle regioni e delle loro dissipazioni, tutti versano crescenti addizionali delle imposte sul reddito, sicché il cittadino paga due tributi, l’uno con aliquota nazionale, l’altro con aliquota regionale discriminata e discriminante a parità di reddito.

È una vergogna morale e costituzionale il trattamento differenziato dei malati, che contraddice l’essenza, cioè la ragion d’essere, della sanità pubblica, perché non assicura le stesse cure uguali per tutti in ogni regione, e nega la parità fiscale, perché l’imposta sul reddito, che ci fa cittadini, “rende” diversamente da regione a regione.

Le competenze regionali non fanno che ingrossarsi e ingrassarsi, creando degli staterelli di stampo preunitario.

Il decentramento è avvenuto in senso geografico, non in senso proprio, tant’è che a Roma si sono aggiunte venti similcapitali che scimmiottano in tutto e per tutto la vera Capitale.

La regione ha un parlamento che si chiama consiglio, un governo che si chiama giunta, e un presidente che non a caso chiamano governatore.

Lo status dei consiglieri, a parte le inchieste penali, è sostanzialmente identico ai parlamentari, comprese le indennità, talvolta addirittura superiori.

In alcune regioni hanno persino inventati “i sottosegretari di giunta” allo scopo di disporre di una prebenda in più. Le regioni possiedono, poi, sedi distaccate a Roma, Bruxelles, e in altre importanti città del mondo: uffici che scimmiottano le ambasciate.

Il costo complessivo dell’istituzione in sé e gli oneri finanziari indotti hanno generato spese ingiustificabili per qualità e quantità, senza reali benefici, che potevano essere altrimenti conseguiti con enormi risparmi per l’erario.

Le regioni, anche con le ultime pulsioni politiche per allargarne le competenze, provano che nella realtà effettuale della politica italiana i cambiamenti amministrativi non avvengono mai per soppressione, bensì soltanto per divisione ed aggiunta, l’estensione dell’apparato pubblico essendo considerata un bene in sé.

Abolire le regioni non rappresenta un’idea sospesa tra l’impossibile e l’improbabile, ma la proposta di una vera riforma, utile, economica, efficace.

Chi dice che le regioni ormai non si possono più sopprimere perché sono consolidate, dimentica che nessuno avrebbe mai immaginato che persino il re di Francia potesse finire ghigliottinato.

Nessuno auspica rivoluzioni e violenze, ma un potente moto politico. Milioni di elettori, davanti al deprimente spettacolo regionale, capiscono ormai d’essere stati ingannati e già mostrano il loro disgusto disertando le urne. Se l’autonomia attuale ha prodotto debiti, spese, burocrazia, discriminazioni, perché mai l’autonomia rinforzata dovrebbe ridurli? Le regioni in sé sono il problema.

Abolire le regioni è la soluzione.

*www.opinione.it   

tutti pazzi per la Civita