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Eva: ma perché amo Adamo?

Il giardino dell’Eden accanto alle cascate del Niagara, una coppia che assomiglia tanto a quelle d’oggi: lo spassoso «diario» dei biblici progenitori secondo Mark Twain

di Elena Loewenthal  

Nel pomeriggio di ieri, ho seguito l'altro esperimento per capire, se possibile, a cosa serviva. Ma non sono riuscita a comprendere con assoluta certezza.

Credo sia un uomo. Non ho mai visto un uomo, ma ci somigliava, e sono quasi sicura che sia proprio così.

Devo ammettere che provo più curiosità verso di lui che per qualsiasi altro tipo di rettile». Se la curiosità è donna, cominciamo proprio bene. Anzi, in grande stile: mentre Adamo gira per l'Eden nel vano tentativo di costruirsi un'identità approssimativamente virile, Eva è già lì a porsi domande, indagare, classificare (in termini ancora un poco vaghi.

Ma in fondo, l'aver preso il primo uomo per un rettile spiega molte cose…). Lo ying e lo yang, il maschile e il femminile, il braccio e la mente: eterni opposti sin dal principio.

Il Diario di Adamo ed Eva è disponibile ora nella autorevole e puntuale traduzione di Romana Petri, e illustrato da Pedro Lino per Cavallo di Ferro editore (in uscita il 27 luglio, pp. 85, e12,50).

A presentarcelo è l'illustre voce dello scrittore Mark Twain, cui si deve, stando alle sue parole, il formidabile ritrovamento archeologico: «ho decifrato alcuni dei geroglifici di Adamo e ritengo sia diventato decisamente interessante come figura pubblica, tanto interessante da giustificare a pieno questa pubblicazione».

Nella realtà, questo testo sorprendente e spassoso, verace e raffinato è opera sua, del «primo vero scrittore americano», come l'ha definito Faulkner.

Fatto sta che nessuno come Mark Twain ha saputo tradurre in letteratura il linguaggio colloquiale del Nuovo Mondo, e persino quello del mondo nuovo in senso ben più lato: «Questo nuovo essere di pelo lungo è un bastone tra le ruote. Mi sta sempre intorno e mi segue da tutte le parti. Ciò non mi piace; non sono abituato ad avere compagnia».

Che narri di se stesso nel tempo in cui navigava su e giù per il Mississippi alla guida dei battelli a vapore, che ritragga i suoi grandi e indimenticabili personaggi come Tom Sawyer e Huckleberry Finn, che si dedichi a dotte «riflessioni sulla scienza dell'onanismo», Twain, ch'è morto giusto cent'anni fa, ha il dono di far sentire chi lo legge accanto a sé, come un vecchio amico.

In questo diario egli raffigura i nostri antenati con tutti i vizi, le virtù e le amene assurdità del caso, trasformando i primi passi nella storia in una irresistibile commedia umana. Come è giusto che sia.

Il Diario di Adamo ed Eva (prima l'uno e poi l'altro, rigorosamente separati) sonda quell'inafferrabile intimità della prima coppia, che ha ancora tutto da imparare.

Anche se forse non è che si sia imparato gran che, da allora in poi… «Non è per via della sua intelligenza che lo amo - assolutamente no… non è di certo per le sue maniere gentili e attente o per la sua delicatezza che lo amo… Non è per la cultura che lo amo - assolutamente no… Non è per la sua galanteria… Allora, perché lo amo?» (Eva). «Adesso ce l'ha col serpente. Gli altri animali ne sono contentissimi perché prima stava sempre a fare esperimenti con loro e a importunarli. Anche io sono contentissimo, perché il serpente parla, e questo mi permette di prendermi un po' di riposo» (Adamo).

Armato della sua inimitabile vena umoristica, Mark Twain fa con Adamo ed Eva due cose rivoluzionarie.

La prima è, per ragioni di copione ma soprattutto di sponsor nazionale, collocare il giardino dell'Eden nei pressi delle cascate del Niagara. Non ci aveva mai pensato nessuno, sino ad ora. Ma in fondo perché no.

La seconda è quasi velleitaria (ma tant'è, in fondo lo è anche la prima): sondare l'intimità di quei due, come fossero due qualunque. Cioè noi.

È ovvio che l'operazione dello scrittore contempla inevitabilmente una buona dose di ironia, per non dire irriverenza. In parole povere, allergia a tutto ciò che sa di teologico. Questo diario di Adamo ed Eva è decisamente eretico, oltre che spassoso. Lei parla, articola ragionamenti complessi e nomina le cose. Adamo non la capisce per niente, è esterrefatto ogni volta che le esce «una grande quantità di acqua dagli occhi» proprio perché lui non la capisce.

Mentre la tradizione cristiana considera questa prima coppia umana la responsabile di un peccato originale (in tutti i sensi) che noi discendenti ci portiamo addosso, quella ebraica e l'islamica sono molto più indulgenti, nei loro confronti.

Ma forse non è il caso di affrontare questa storia armati di troppi dilemmi teologici: Mark Twain a Dio non ci crede e non ha timore di dichiararlo. Tutto sta nel provare a immedesimarsi in quei due: beati e pasciuti, ma un po' soli e annoiati.

E così, tanto vale affidarsi alle parole dello scrittore con sorridente fiducia, e provare a immaginarli in quel mondo tutto nuovo, non lontano dalle cascate del Niagara, dove tutto è ancora da imparare, a incominciare da una convivenza tollerabile.

Come in ogni storia (o fiaba, perché forse di questo si tratta, ci dice Mark Twain) che si rispetti, c'è spazio anche per un lieto fine - o meglio, un lieto inizio: i nostri eroi capiranno ben presto, merito certo dell'ironia simpatetica dell'autore - che amarsi, in fondo, vale la pena.

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