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Se volete buone leggi bruciate quelle vecchie 

Nell'Italia paralizzata da nepotismi e corporativismi una terapia d'urto con dieci regole per ricominciare 

di Michele Ainis 

Michele Ainis, costituzionalista e opinionista, professore all’Università di Roma Tre, pubblica da Chiarelettere ”La cura”  (pp. 183, euro 14). Ecco uno stralcio della prefazione, con il decalogo che chiude il pamphlet. 

Una guerra silenziosa arma l’uno contro l’altro gli italiani. È la guerra del diritto contro il privilegio, dell’equità contro l’ingiustizia. È anche la guerra dei più giovani contro il potere degli anziani. Delle donne contro le strettoie d’una società maschile. Dei singoli contro il concistoro delle lobby. Dei talenti contro i parenti. Più in generale degli spiriti liberi, dei senza partito, contro l’obbedienza cieca e serva reclamata dalla politica.

Per vincere la guerra c’è una camicia di gesso da mandare in pezzi. Quella del localismo, del nepotismo, del maschilismo, del clientelismo, del corporativismo, del favoritismo, dell’affarismo e di tutti gli altri ismi che paralizzano la società italiana.

Perché da queste parti l’ascensore sociale non funziona, è sempre fermo al piano di partenza. Perché ti passa la voglia di sbatterti e sudare, quando sai già in anticipo che la tua carriera dipende dal certificato di nascita che hai ricevuto in sorte, o nel migliore dei casi dalla benevolenza dei potenti. E perché infine questa situazione ti toglie slancio, dinamismo, fiducia nel futuro.
Da qui un pessimismo duro e compatto come una lastra di piombo. Il futuro non è più quello di una volta, diceva il poeta Valéry. Oggi lo dice, pressoché all’unisono, il popolo italiano. C’è insomma in circolo come uno scoramento collettivo, un senso di frustrazione che si è trasformato in depressione. Nessuna autorità, sia civile sia politica, riscuote più il consenso del popolo italiano. E dunque si salvi chi può.

Dentro la cornice delle regole, ma più spesso al di fuori. Difatti la sfiducia nel sistema deborda fatalmente in sfiducia nelle regole che governano il sistema, nella loro capacità d’assicurare un minimo d’equità alla nostra convivenza. C’è quindi bisogno d’una cura. Anzi: serve una terapia d’urto, non basterà qualche aspirina.
D’altronde le regole consuete non valgono durante un’emergenza: c’è un diritto per il tempo di pace, ma c’è anche un diritto per il tempo di guerra.

E la crisi di libertà, di giustizia, d’efficienza, di legalità che si è rovesciata sull’Italia è altrettanto micidiale d’una guerra, perché ha corrotto il nostro tessuto connettivo, il nostro paesaggio umano, così come le bombe devastano il paesaggio naturale.

Questa sciagurata condizione rende l’Italia un laboratorio perfetto per sperimentare soluzioni non convenzionali. Poi, se funzionano, magari in qualche caso potremmo anche esportarle: dopotutto il problema di coniugare eguaglianza e libertà all’insegna del merito è un problema universale.
Però la questione si pone proprio qui a lettere maiuscole, dunque è qui che c’è maggiore urgenza d’un brevetto. Per meglio dire, c’è urgenza di un doppio colpo di frusta, sia per la società civile sia per la società politica. Rompendo il potere delle corporazioni, delle camarille, delle lobby, che sono un ostacolo all’affermazione dei migliori. Ma al tempo stesso rompendo il potere dei partiti, restituendo lo scettro ai cittadini, innervando la democrazia rappresentativa con un’iniezione di democrazia diretta. Perché nessuna terapia può guarire l’ammalato se non interviene lì dove si propaga l’infezione, all’origine della catena di comando. E perché il pesce, come dicono nel Meridione, puzza sempre dalla testa.
Al termine di questo viaggio, dovremo perciò correggere il concetto stesso di democrazia, o almeno la falsa democrazia che conosciamo. Da qui il decalogo che percorre questo libro: dieci proposte radicali, per estirpare la malapianta alla radice. Non sempre, a questo scopo, è indispensabile coniare una regola nuova di zecca. Talvolta il rimedio esiste già, soltanto che non viene mai applicato: nella Costituzione italiana, per esempio, c’è un serbatoio di soluzioni di cui quasi nessuno sospetta l’esistenza. Oppure il rimedio era stato individuato nei secoli scorsi dai nostri antenati, per poi cadere nell’oblio: l’esperienza dell’antica Grecia può ancora impartirci una lezione. Ma in via generale in Italia l’ordine costituito ha legittimato il disordine esistente, sicché c’è bisogno di fondare un nuovo ordine, senza troppi compromessi col passato. Come osservò Voltaire, Londra divenne una città ordinata dopo che un incendio la ridusse in cenere, obbligando i londinesi a ridisegnare strade e piazze. Ecco perciò la conclusione: «Volete buone leggi? Bruciate quelle che avete, e fatene di nuove».

IL DECALOGO
1 - Disarmare le lobby
Contro il potere delle lobby serve disciplinare la libertà d’associazione, rendendo pubblici i nomi degli iscritti, stabilendo un regime di incompatibilità, demolendo la regola della cooptazione; e serve inoltre una legge sui gruppi di pressione, così come serve azzerare con un colpo di spugna gli ordini professionali.

2 - Rompere l’oligarchia di partiti e sindacati
Partiti e sindacati nuotano in una zona franca del diritto, nessuna regola giuridica ne garantisce la democrazia interna; serve perciò una legge contro il potere delle loro oligarchie, e per converso serve togliere i vincoli di legge per candidarsi alle elezioni.

3 - Dare voce alle minoranze
Per restituire fiato alle energie penalizzate da una discriminazione di genere o di razza o di qualsiasi altra natura, per superare il pregiudizio che mortifica le qualità degli individui, servono azioni positive precedute da analisi statistiche, e che siano inoltre temporanee, irretroattive, flessibili e graduali.

4 - Annullare i privilegi della nascita
Per superare le strettoie del nepotismo, per neutralizzare almeno in parte i privilegi della nascita, servono da un lato le imposte di successione; dall’altro lato, una penalità per chi concorra ad ottenere la stessa posizione che hanno già raggiunto i propri genitori.

5 - Rifondare l’università sul merito
Per restituire all'università la propria autorità perduta bisogna inocularvi la linfa della meritocrazia; bisogna perciò abolire il valore legale del titolo di studio, liberalizzare gli stipendi dei docenti, mettere un voto in pagella ai professori.

6-  Garantire l’equità dei concorsi
Contro i favoritismi, contro gli abusi che inquinano assunzioni e promozioni dei dipendenti pubblici, servono procedure garantite dal sorteggio dei commissari di concorso.

7 - Neutralizzare i conflitti d’interesse
Per rompere gli interessi coalizzati è necessario dividere con un colpo d'accetta controllati e controllori, vietando ai primi di scegliersi i secondi, abolendo l’autodichia, proibendo o scoraggiando le doppie poltrone.

8 - Favorire il ricambio della classe dirigente
Se il potere è chiuso a chiave da un’oligarchia impermeabile al ricambio, se nella società politica così come nella società civile si moltiplicano le poltrone a vita, è necessario imporre la rotazione delle cariche (e delle sedi) attraverso un limite assoluto di due mandati per ogni cittadino.

9 - Impedire il governo degli inetti
L’ignoranza al potere si combatte reclamando un titolo di studio per chi si presenta a un’elezione, e reclamando inoltre precise competenze per chi ricopre ruoli di governo.

10 - Promuovere il controllo democratico
Per accorciare la distanza fra governanti e governati serve un’iniezione di democrazia diretta, sia nella società politica, sia nella società civile; più in particolare, bisognerà introdurre la revoca degli eletti e generalizzare la mozione di sfiducia, sia verso i presidenti delle assemblee parlamentari, sia verso i rettori, i dirigenti sindacali, i presidenti di qualunque circolo sociale.

Autore: Michele Ainis
Titolo: La cura
Edizioni: Chiarelettere
Pagine: 183

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