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Dacci oggi l'eroe della ritirata

Nel romanzo-saggio di Cercas sul golpe fallito in Spagna nell'81

Una lezione per l'Italia: così si passa da un'epoca all'altra

di Marco Belpoliti

L'eroe del nostro tempo non è più, come nel passato, l'uomo, o la donna, del trionfo e della conquista, bensì colui, o colei, che è incline alla rinuncia. Lo ha scritto Hans Magnus Enzensberger in un saggio poi raccolto in Zig zag (Einaudi) e programmaticamente intitolato «Gli eroi della ritirata».

Con la sua consueta intelligenza e sarcasmo lo scrittore tedesco espone un'idea davvero utile per capire l'epoca in cui viviamo. Finita la grande politica, quella eroica, per cui la morale pubblica si fondava tutta sulla coerenza e fermezza dei principi, che presuppongono anche l'assoluta mancanza di scrupoli, si è aperto lo spazio per l'eroe che rinuncia a una parte di sé, che è capace di ambivalenza e proprio per questo dà prova di fermezza morale.

Per farsi capire Enzensberger fa tre esempi: Gorbaciov che ha liquidato l'Urss; il generale Jaruzelski che ha imposto la legge marziale in Polonia e di fatto impedito l'invasione sovietica e alla fine pacificato il Paese; e Adolfo Suárez, ex segretario del movimento falangista, che ha traghettato la Spagna verso la democrazia.

In un mondo come il nostro non conta più il fatto di migliorarlo, dice lo scrittore tedesco, bensì quello di risparmiarlo. Con questa idea in testa - la cosa più difficile da fare, diceva Clausewitz, è la ritirata - uno dei maggiori narratori spagnoli contemporanei, Javier Cercas ha scritto un libro, Anatomia di un istante (tr. di Pino Cacucci, Guanda), dedicato all'ex franchista che ha portato la Spagna dal fascismo di Franco alla democrazia.

Si tratta di un volume straordinario per scrittura, capacità analitica e lucidità politica, come solo un narratore sa fare: un romanzo storico sul presente scritto in forma di saggio. Il punto di partenza di Cercas è una serie di fotogrammi tratti da un filmato girato dentro il parlamento spagnolo il 23 febbraio 1981, quando il tenente colonnello Tejero, alla testa di un manipolo di miliziani, entra pistola alla mano e sequestra i membri dell'assemblea nel corso delle votazioni che decretano il successore di Suárez alla guida del governo.

È l'avvio del golpe dell'esercito, che poi non avrà corso per una serie plurima di fattori, che Cercas, con grande chiarezza e abilità, spiega nel dettaglio nell'arco di 450 pagine, ricostruendo un pezzo importante della storia spagnola. Solo tre persone quel giorno, stando alle immagini delle telecamere in funzione nel Congresso, non si gettano a terra mentre Tejero spara in aria, e restano impassibili al loro posto: l'ex capo di governo Adolfo Suárez, il generale Gutiérrez Mellado, vice presidente del Consiglio, falangista della prima ora, e Santiago Carrillo, segretario generale del Partito comunista spagnolo.

Se è vera la frase di Borges citata da Cercas - «qualunque destino, per lungo e complicato che sia, consta in realtà di un solo momento: quello in cui l'uomo sa per sempre chi è» -, allora il destino di questi tre uomini, e degli altri comprimari e personaggi secondari che gli ruotano intorno, è deciso dall'atteggiamento tenuto davanti alla possibilità di essere passati per le armi durante il golpe.

Il romanzo-saggio di Cercas offre molte chiavi di lettura, a partire da quella circa il genere letterario cui appartiene, che l'autore discute nelle pagine iniziali, per passare a quella della tragedia possibile (il golpe) che si trasforma in farsa (la comicità inconsapevole del baffuto tenente colonnello), rovesciando in parte un detto di Marx. Tuttavia quella che più si addice a noi, in questo preciso momento - si è lettori nel tempo e del tempo, sempre - è quella dell'ambiguità degli eroi della ritirata quali sono tutti e tre i personaggi centrali del libro - i due ex falangisti e il capo comunista.

Ho letto il libro di Cercas con passione, non solo perché ben scritto, avvincente, chiaro, ricco d'informazioni e idee, ma perché è un libro sulla transizione, sul passaggio da un'epoca all'altra. Proprio come noi, anche se la transizione in cui ci troviamo appare molto più lunga di quella spagnola: dura dal febbraio del 1992, ovvero da Tangentopoli e dalla fine dei partiti tradizionali, e dentro è possibile leggervi una serie di problemi irrisolti, o solo parzialmente risolti, che datano dalla fine della guerra civile e della Resistenza, passando per gli «anni di piombo».

Provo a spiegarmi tornando a Anatomia di un istante. Suárez è stato il falangista che ha traghettato senza grandi spargimenti di sangue (o almeno molto limitati) la Spagna dal franchismo al regime parlamentare, legalizzando i partiti, in particolare quello comunista. Lui, franchista di ferro, ha scardinato, da vero eroe della ritirata, le regole del vecchio regime con efficacia e astuzia. E così ha finito col suicidarsi politicamente, perché non ha capito, né lo poteva, le nuove regole della democrazia.

Lo stesso ha fatto Carrillo, che ha svuotato dall'interno la fede comunista, le sue leggi ferree, nella convinzione di diventare il leader del primo partito della sinistra. Anche il generale Gutiérrez Mellado, golpista con Franco, ha seguito la medesima via. Cercas in due smilze paginette spiega una cosa che forse può valere anche per noi oggi, in Italia, nella transizione dal berlusconismo del quindicennio passato verso un'altra possibile forma di democrazia allargata: il patto della memoria.

La vulgata vuole che il ritorno alla democrazia, in una forma molto simile a quella che Franco aveva abbattuto, si sia fondata in Spagna su un patto dell'oblio. Gli sconfitti della Guerra civile rinunciavano a saldare i conti con i vincitori e dimenticavano. Al contrario, proprio perché ricordavano le efferatezze della guerra intestina, gli sconfitti avevano capito che «era indegno e abietto saldare i conti con il passato solo per aver ragione a rischio di mutilare il futuro», o far sprofondare il Paese in un'altra guerra fratricida.

Quale lezione trarre da questo libro di narrativa e insieme di storia? Che abbiamo bisogno anche noi di un eroe della ritirata? Probabilmente sì. Qualcuno che ci porti fuori dalla contrapposizione attuale e ponga fine a una guerra civile strisciante che s'è iniziata negli Anni Settanta, e ancora non cessa seppure in altra forma, quella mediatica. Per diventare un Paese normale ci vuole un esperto dello smantellamento, uno che è capace di vivere la sua ambivalenza dando così prova di una fermezza morale altissima. Una possibilità e una speranza.

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