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Quando potevamo chiedere la Luna

L'epopea della corsa allo spazio nell'America degli Anni Sessanta tra grandi attese e qualche riserva: torna il libro di Oriana Fallaci

di Mario Calabrese

La conquista della Luna è stata un'impresa straordinaria, di cui abbiamo perso coscienza, che conteneva l'illusione di cambiare la vita dell'umanità: era il nuovo viaggio di Colombo che avrebbe aperto l'Era Spaziale. Un'èra aperta il 12 aprile del 1961 dall'altra parte della Cortina di Ferro: era stato l'astronauta sovietico Jurij Gagarin il primo uomo a fare un giro orbitale della Terra in novanta minuti. «Vedo il cielo enormemente buio, la terra è azzurra» aveva raccontato da un'altezza di poco più di trecento chilometri, e i cittadini del mondo, tornati bambini, avevano cominciato a sognare. «Non vi è persona a Mosca» scriveva il giorno dopo Alberto Ronchey sulla prima pagina della Stampa «la quale non sia convinta che il 12 aprile 1961 resterà nella storia futura più memorabile del 12 ottobre 1492, data della scoperta dell'America. Se da quel giorno il mondo non fu più una superficie piatta, ma un globo navigabile, da oggi il confine dell'umanità non è più lo strato denso dell'atmosfera terrestre. Se è così la cronaca di questa giornata deve essere narrata con scrupolo minuzioso».

Quello scrupolo minuzioso che è la cifra del diario di un lungo viaggio di Oriana Fallaci negli Stati Uniti che vogliono raggiungere i russi e puntano a mettere piede sulla Luna per primi, nella direzione indicata da quel presidente visionario, John Kennedy, che è stato assassinato da poco più di un anno.

È il diario di un'incomprensione, seppur piena d'amore, tra la scrittrice e il padre, dell'incomunicabilità tra due mondi, quello di chi guarda con fiducia al futuro e vuole alzarsi in volo verso le stelle e quello di chi preferisce stare radicato nella tradizione, nella natura conosciuta, senza gettarsi in imprese considerate rischiose e inutili.

Da una parte «la bambina che crede alle stelle», dall'altra «l'adulto che crede alla Terra». Ma la «bambina» Fallaci è continuamente rosa dal dubbio che il babbo fiorentino, quel cacciatore attaccato alla sua campagna, abbia ragione. «Andare sulla Luna, a che serve. Gli uomini» le ripete con accento toscano «avranno sempre gli stessi problemi, sulla Terra come sulla Luna; saranno sempre malati e cattivi, sulla Terra come sulla Luna.

E poi mi si dice che sulla Luna non vi sono mari né fiumi né pesci, non vi sono boschi né campi né uccelli: non potrei nemmeno andarci a caccia o a pescare». Ogni affondo del padre è un dolore e così ogni pagina scritta per convincere lui è una pagina scritta per rassicurare se stessa di avere ragione, per non perdere la fede in quel progresso che le si apre davanti nel lungo viaggio tra la California e la Florida, tra il Texas e New York.

Oriana Fallaci racconta i sogni di una generazione che conosceva a memoria i nomi degli uomini – Gagarin, Shepard, Titov, Glenn – che stavano scrivendo la storia dell'umanità, che chiudeva gli occhi pensando allo Sputnik o al Lem, che sapeva tutto delle imprese spaziali, giorni in cui i telegiornali si aprivano annunciando il lancio di un razzo, di una sonda o di un satellite meteorologico. Di loro, degli astronauti, i nuovi eroi, racconta tutto: il carattere, la vita, i riti, le paure, la competitività, le delusioni.

Li studia così a fondo da poter scoprire perfino invidie, tic e deliri di onnipotenza, tanto da chiosare: «Forse non dovremmo mai guardare da vicino gli eroi, sono come i quadri: per apprezzarli bisogna stare lontano». Ma è il clima elettrizzante di un'America che sta ridisegnando se stessa, che riscrive le relazioni sociali e razziali, a dare il tono alla narrazione: in quel 1964 il mondo dei sogni sembrava a portata di mano, il futuro era la scoperta e la conquista del cosmo. Per sentirsi vivi bastava guardare il cielo di notte, non c'era bisogno di inventare realtà virtuali da esplorare in solitudine chiusi nella propria stanza navigando in Internet.

Lo stile appassionato della Fallaci è perfetto per interpretare lo spirito del tempo, ci sono già le sue tirate cariche di fede e di forza polemica che arriveranno all'apice con i suoi ultimi libri. Ma qui la forza e la fiducia sono riposte nel progresso, anche se la conquista dello spazio – come recita il titolo di questo libro – è spinta dal timore che il nostro mondo e il nostro sole possano morire. Si discute lo stato di salute della Terra ma nessuno mette in dubbio le capacità di salvezza e i comportamenti degli esseri umani. [...]

Il viaggio e quell'epoca di febbre del progresso sono fatti anche di previsioni catastroficamente errate: la convinzione che saremmo arrivati su Marte (Wernher von Braun le assicurava sarebbe accaduto tra il 1985 e il 1990), che avremmo abitato gli altri pianeti, che i voli intercontinentali sarebbero avvenuti con i razzi al posto degli aerei, per poter andare da Roma a New York in soli 45 minuti e che il cielo delle megalopoli nell'anno Duemila sarebbe «frullato di uomini e donne razzo».

Questo libro è straordinario per la profondità e la minuziosità del lavoro, l'istinto di ricerca non demorde mai, cercando di illuminare ogni aspetto e ogni volto della corsa allo spazio, con un metodo giornalistico difficilmente eguagliabile per impegno, passione e tenacia. Nella sua capacità di cogliere le novità, di scoprire le storie più rappresentative e illuminanti il libro ha un unico momento di incomprensione: la Fallaci, dopo aver analizzato e giudicato per mesi i migliori astronauti d'America, liquida in fretta Neil Armstrong, il primo uomo che avrebbe poi posato un piede sulla Luna, ritenendolo troppo normale, pacato e poco ironico.

Cinque anni dopo se ne sarebbe resa conto e avrebbe scritto: «Quando lo conobbi, me ne sentii respinta e molta gente m'ha detto d'aver provato la medesima cosa. Anche a causa della sua timidezza che è enorme e che egli combatte con l'arroganza... Io, che l'ho visto più volte in questi anni, non sono mai riuscita a stabilire con lui un contatto che assomigliasse a un contatto umano, a farlo mai indulgere a un attimo di cordialità, di curiosità, di calore, ammenoché non pronunciassi le parole Mercury, Gemini, Apollo, LM». Sarebbe invece stata proprio quella normalità e quell'autocontrollo a fare di Armstrong il capitano della missione Apollo 11.

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