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Gozzano all'Expò, il fascino terribile
delle macchine

Raccolte in volume le "cronache" scritte dal poeta per l'Esposizione Universale di Torino del 1911

di Bruno Quaranta*

La «Signora vestita di nulla» un secolo fa era ancora lontana. Sarebbero trascorsi cinque anni prima che la candela gozzaniana si spegnesse, in via Cibrario, il 9 agosto, giorno della presa di Gorizia.

Il poeta, nel 1911, forse non indugiava più di tanto sull’essere «nato troppo tardi», forse vide esaudita la preghiera che invano farà Pavese: «Null’altro chiedo alla vita se non che si lasci guardare». Da Treves erano apparsi I colloqui; il mal sottile pareva assopito, aspettando di riacutizzarsi fino a sollecitare il viaggio in India, nella cuna del mondo; sotto la Mole rifulgeva l’Esposizione Internazionale, avvertita, perché no?, come un’«ora vera» della città, «una bella donna in tutto lo sfoggio delle sue vesti di gala».

Come nel giorno di festa si indossa un fiore all’occhiello, Gozzano nell’Esposizione (ideata per celebrare il cinquantenario dell’Unità) si immerse rubando un verso (un coup de fouet) di Baudelaire: «”In un paese qualunque fuori del mondo!” gridava Baudelaire al fiaccheraio sbigottito; “All’Esposizione!” si gridava noi balzando su una pubblica carrozza dopo una giornata di studio meditativo».

È l’incipit di una tra le «cronache» (saranno nove) che la galleria delle Industrie e del Lavoro ispirò al Bel Guido. Uscite su La Lettura, Il Momento, L’Esposizione di Torino 1911. Giornale ufficiale illustrato dell’Esposizione, vengono ora raccolte e meditate a cura di Eliana A. Pollone in Il paese fuori del mondo, per i tipi dell’editore Aragno.

Una macchina del tempo che conduce (ri-conduce) nell’aurea stagione lungo il Po, al Valentino, il parco dell’Invernale patinoire: «”... cri... i... i... i... i... icch...” l’incrinatura / il ghiaccio rabescò, stridula e viva»...».

L’Esposizione, per Gozzano, è innanzitutto riscoprire Torino. Trasfigurata, la città rende forestiero lo stesso torinese. Così omaggiandolo di uno spettacolo inedito. Il desiderio di «non essere torinese per poter vedere Torino con occhi nuovi» si realizza. Le meraviglie in mostra accendono (ri-accendono) nell’indigeno flâneur la meraviglia per il suo villaggio, sì, «la meraviglia che prova forse il forestiero d’oltre alpe, quando vede Torino regale per la prima volta».

I padiglioni che calamitano visitatori a frotte sono il capolinea del vergiliato sotto la neve. L’autobiografia di una capitale sospesa fra tradizione e innovazione, anche ardita. Il passato e il futuro che insieme stanno, in mirabile equilibrio. Il poeta lo interpreta leggendo nella «retorica neve “a larghe falde” della terza elementare un’immensa pagina bianca sulla quale è facile disegnare le più strane fantasie, resuscitare la cosa impossibile - anche impossibile a Dio! - resuscitare il passato», salvo assecondare il richiamo del progresso, della «città moderna», la città dell’Esposizione: il cemento, l’elettricità, le «travature di ferro che resteranno a nudo per rivelare al visitatore l’ossatura titanica...». Torino, «fra Gozzano e il metallo», come la raffigurerà una sua sentinella eccelsa, Giovanni Arpino.

Vagando fra «gli strumenti delle maggiori conquiste umane», Gozzano offrirà un contributo non lieve all’identificazione di sé, sfarinando, sin da allora, la nomea di voce liberty: «Tutto s’è evoluto, s’è perfezionato in pochi anni; basta confrontare la mostra d’oggi con quelle passate... Com’è passato presto - e senza lasciare traccia alcuna - l’abbominando stile Liberty \ che pure aveva infestato di sorbetti, di tulipani, di vermicelli questo stesso parco del Valentino in non lontane mostre precedenti».

È la donna, «mistero senza fine bello», ad accompagnare Gozzano all’Esposizione. La Beatrice che è così sua, la crestaia: «Ricordi? / Io la rivedo / bionda, sciocchina, gaia: / un piccolo cervello / poco intellettuale / di piccola crestaia / molto sentimentale». Poco intellettuale eppure inimitabile, a cominciare dal suo essere chicco individuo, inconfondibile con «la folla cosmopolita ed amorfa».

Si chiama Jeannette, non è una cocotte, ancorché l’adorni una gigantesca volpe azzurra (la sedurrà la jupe-culotte, gran novità 1911?): «Una di quelle intelligenze femminili che inquietano l’interlocutore, perché fatte di pura logica, d’agilità, di arguzia, e con le quali è vano ogni giro di parole ed ogni orpello letterario». Nevvero Amalia, Amalia Guglielminetti, che osasti carpir la cosa?

Le crestaie e le domestiche e le cameriste amatissime, a differenza delle signore padrone «ciarliere, gaie, elegantissime», lasciate efferatamente sole di fronte all’Aquarium, collezionandone le gaffe (code scambiate per teste, zoofiti per funghi) che suscitano gli «sguardi d’ira mal repressa d’un vecchio signore, un professore, uno scienziato». (Di lì a qualche anno, alla Promotrice, signore e signori esibiranno ciarle non meno surreali davanti alla scodelle di Felice Casorati - «Che senso c’è a dipingere cinque scodelle... vuote, e null’altro?»).

Testimone dell’Esposizione, Gozzano, sino all’ultimo atto, al sipario calato in novembre: nella Città moritura («Le colonne, gli atrii, gli architravi, si sfaldano in modo inquetante») intravedendo il pellegrinaggio prossimo venturo (1912) nelle indiane «città morte». Lo «spettro di cose nostre» che è il Bel Guido...

*www.lastampa.it