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La mano di Garibaldi faceva miracoli

A Roma una mostra con le reliquie laiche degli eroi del Risorgimento

di Gianluca Nicoletti

Roma, Scuderie del Quirinale, domenica 17 ottobre, mostra, molto bella,  sui Pittori del Risorgimento.

La guida è giovane, carina e graziosa.

E non sa niente. O meglio: sa raccontare la pittura, ma non sa quel che la pittura racconta.

Confonde le guerre d'indipendenza, sbaglia date, cerca disperatamente di ricordare quale fiume di confine stanno varcando Garibaldi e i suoi Cacciatori delle Alpi nel ‘59 (sarà mica il Ticino? Ah, già, il Ticino), blatera di Regno del Piemonte e strabuzza gli occhi quando qualcuno le chiede dell'esercito sardo alla Cernaia (sardo? «Sì, signorina, del Regno di Sardegna, che comprendeva anche Piemonte, Nizza, Savoia e Liguria». ‘Anvedi...). Fin qui la guida. Però sapevano nulla nemmeno i guidati.

Davanti alle patrie battaglie, lo sguardo era vuoto come quello del concorrente di telequiz cui chiedono di che colore era il cavallo bianco di Napoleone.

Morale: benissimo festeggiare i 150 anni dell'Unità. Ma, con la scuola che ci ritroviamo e l'analfabetismo che ritorna galoppando, urge una massiccia dose forse di nozionismo no, ma di nozioni certamente sì. Magari aneddotiche, come facevano i nonni.

E allora sui banchi e in tivù forza con i martiri di Belfiore, i fratelli Bandiera, i trecento giovani e forti e «qui si fa l'Italia o si muore». Perché un popolo che non conosce il suo passato non ha un futuro.Nessuno immagina come giovani scavezzacollo coloro che fecero l' Italia 150 anni fa.

Degli eroi del Risorgimento coltiviamo spesso pregiudizi scolastici, pensiamo a loro come materiale da museo, o monumenti ai giardinetti. Trovandomi però a maneggiare concretamente sangue e ossa dei giovani martiri risorgimentali, me li sono visti davanti come probabilmente li allucinarono i loro contemporanei.

Erano anche ragazzi dalla testa calda, capaci di scegliere la lotta armata per un'idea, al tempo così bislacca, come quella dell'Italia unita. Erano talmente fuori di testa e sprizzanti virtù eroiche, che appena morti furono «quasi» santificati.

Basti per capirlo prender tra le dita quell'ossobuco annerito della vertebra spolpata di un martire di Belfiore. E' un'agiografia simile a quella di tanti testimoni della fede cristiana, se nel culto popolare dei santi martiri si venerano teste mozzate, pelli scuoiate, occhi divelti, seni strappati, anche il martire di Belfiore, con il collo spezzato dal cappio del boia, merita che la sua vertebra sia proclamata reliquia laica.

Tra le tante altre reliquie che nascondevano i sotterranei del Vittoriano - dove domani si apre la mostra «Gioventù ribelle» - c'è l'altarino in cui sono esposti capelli e peli della barba di Piero Maroncelli. Era uno scapestrato cantautore «impegnato».

Dopo aver lavorato per la mitica «Casa Ricordi», si lasciò sedurre dalla rivoluzione. Entrò in clandestinità nella Carboneria e per questo si fece 10 anni di Spielberg, assieme all'altro «irriducibile» Silvio Pellico. Uscito da galera se ne andò a New York, dove riprese a fare il musicista. Fu molto ammirato da Edgard Allan Poe, che scrisse su di lui.

La costruzione della reliquia risorgimentale era senza dubbio un'operazione paradossale, in contrasto con spirito massonico e anticattolico del Risorgimento, come la poetica incongruenza che spinse un ignoto garibaldino a mettere sotto vetro un grumo di sangue del suo compagno caduto a Mentana il 3 novembre 1867, ucciso dai francesi, alleati agli Zuavi che difendevano il Papa…

Ma poco importa, per il sangue schizzato dal caduto mangiapreti fu confezionato un ingegnoso reliquiario. Era fatto con due lenti concave che ne esaltassero il volume e la lucentezza, quasi si volesse simulare una miracolosa fluidità che ricordasse S. Gennaro.

La folle creatività del martirologio risorgimentale va ancora oltre. Anche un pezzo di legno indurito dal tempo diventa «Il frammento del mandorlo sotto al quale morì Enrico Cairoli», con tanto di autentica. La ricerca del miracolo che attestasse la virtù eroica di un apostolo risorgimentale colse persino i seguaci di Giuseppe Mazzini; quando questi morì decisero che dovesse rimanere incorrotto, proprio come un santo.

Chiamarono da Lodi uno scienziato della pietrificazione di cadaveri, Paolo Gorini. Quando l'imbalsamatore arrivò a Pisa però era tardi e il morto si stava frollando. Gorini tentò il recupero stendendolo sul coperchio della bara, che ancora oggi vediamo forato per tale operazione. Gli andò male; quando Mazzini fu esposto però pare emanasse tutt'altro che odore di santità. Persino Garibaldi, ancora da vivo, non fu esente dalla tentazione di essere reliquia.

Realizzò un calco della mano e lo consegnò al fotografo Alessandro Pavia. Questi ne ricavò un'icona taumaturgica che fu stampata e distribuita. Si diceva fosse portentosamente capace di guarire per contatto. www.lastampa.it 

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