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Ridotti gli incentivi per le energie pulite e rinnovabili

di Veronica Ulivieri

Anche in Italia, dopo una feroce campagna di lobbying, vengono tagliati gli «esagerati» incentivi alle energie pulite e rinnovabili. Ma nel silenzio generale, in Italia e nel mondo, secondo i calcoli dell’Onu e del Fondo Monetario vengono regalate risorse immense a chi sfrutta l’energia «sporca»

Contribuiscono all’instabilità fiscale e vanificano gli sforzi dei governi per costruire una green economy più inclusiva e combattere i cambiamenti climatici.

Nonostante abbiano spinto finora la crescita economia in molti Paesi del mondo, i sussidi alle fonti fossili mostrano sempre di più i propri effetti negativi.

Con incredibile schizofrenia, gli stati da una parte investono – spesso risorse limitate – per vincere le sfide ecologiche, mentre dall’altra incentivano con sconti di vario tipo l’estrazione e l’utilizzo di idrocarburi, gas e carbone.

Decretando così in anticipo la sconfitta delle proprie politiche ambientali.

Le Nazioni Unite stanno conducendo un’azione di moral suasion per indurre i governi di tutto il mondo, a partire da quelli dei Paesi in via di sviluppo, a ridurre o cancellare i sussidi a queste fonti energetiche, liberando così risorse che potrebbero essere investite in innovazione e tecnologie pulite.

Si stima che i sussidi alle fonti fossili siano oggi a livello globale almeno 500 miliardi di dollari, oltre cinque volte superiori a quelli all’industria delle rinnovabili (88 miliardi di dollari secondo l’Agenzia internazionale dell’energia).

Se si analizzano però gli incentivi impliciti, dovuti al fatto che né produttori né utilizzatori pagano per l’impatto ambientale causato da estrazione e utilizzo di combustibili “sporchi”, il Fondo monetario internazionale stima che si arrivi a ottenere una cifra enorme, vicina a 2 trilioni di dollari. Pari al 2,9% del Pil mondiale, o all’8,5% delle entrate fiscali dei governi.

«La rimozione di questi sussidi potrebbe far diminuire le emissioni di CO2 del 13%», spiegano dall’UNEP, il programma ONU per la protezione dell’ambiente.

Per il direttore esecutivo Achim Steiner, il discorso non dovrebbe essere tanto «“non possiamo permetterci che aumenti il prezzo del carburante alla pompa di benzina”, ma piuttosto “possiamo veramente permetterci di sprecare i soldi dei contribuenti per gli anni a venire nel sistema in cui siamo imprigionati?

Siamo capaci di realizzare una maggiore riduzione della povertà e politiche per la scarsità di energia e l’efficienza energetica abbandonando lo strumento relativamente grossolano dei sussidi alle fonti fossili?”».

Le politiche favorevoli ai combustibili non rinnovabili producono una serie di effetti distorti: «I sussidi ai produttori spesso sostengono aziende statali del settore energetico inefficienti e soffocanogli incentivi per una maggiore efficienza e innovazione, mentre i sussidi ai consumatori spesso incoraggiano un utilizzo eccessivo, che ha effetti a catena legati a inquinamento, salute ed emissioni di gas serra», prosegue l’UNEP.

«I sussidi rendono il costo del carbone molto economico. E questo significa che diventa conveniente estrarlo, consumarlo, bruciarlo, con le conseguenti emissioni in atmosfera», aggiunge Laura Merill, senior researcher dell’Istituto internazionale per lo sviluppo sostenibile.

Di fronte alle prospettive sempre più allarmanti delineate dagli studiosi dell’IPCC, che a metà aprile hanno richiamato per l’ennesima volta i governi ad impegnarsi sulla strada della decarbonizzazione, l’UNEP spinge gli stati all’attuazione di riforme fiscali, per eliminare o almeno ridurre tutti quei contributi e sconti sulle tasse a favore delle fonti fossili.

Azioni che, unite a prezzi dell’energia basati sull’effettivo impatto ambientale delle diverse fonti, sono secondo l’ONU «uno dei modi più promettenti con cui i governi possono promuovere una transizione verso un’economia più verde e creare pari condizioni di competizione per investimenti in efficienza energetica ed energie rinnovabili».

Senza troppe difficoltà, quei 500 miliardi di dollari potrebbero essere dirottati su investimenti per lo sviluppo sostenibile, l’accesso all’energia anche per le famiglie più indigenti, politiche sociali.

«In Africa, per esempio, dove si stima che i governi spendono il 3% del Pil – equivalente agli stanziamenti nel settore della sanità – per i sussidi alle fonti fossili, questi ultimi distraggono fondi da interventi a favore dei più poveri», continua Steiner.

Le politiche pubbliche potrebbero anche indicare la strada agli investitori privati, stimolandoli a scommettere sui settori green, per esempio attraverso incentivi sulle tasse, oppure con fondi di garanzia che riducano il rischio associato al finanziamento di nuove tecnologie.

*www.lastampa.it

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