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La Costituzione difende anche il paesaggio

di Pietro Di Muccio de Quattro*

I benpensanti scorgono in questa tutela un prodromo dell’ecologismo, ma si tratta di verdi entusiasmi.

Solo un bieco statalista non arrossisce di vergogna davanti allo scempio perpetrato da ciò che viene definito governo del territorio e pianificazione urbanistica.

Neppure dai barbari l’Italia è stata deturpata come dalle cavallette dell’urbanistica a fini pretesi sociali.

Le città e le campagne, le montagne e le coste sono state devastate manomettendo la proprietà privata con il pretesto dell’interesse pubblico.

Legislazioni speciali, regolamenti amministrativi, piani regolatori hanno messo nelle mani di fameliche caste politico-burocratiche, anche per l’utile di partiti nazionali e potentati locali, il potere di arricchire e di impoverire terzi senza causa lecita e di esigerne un gigantesco pizzo legalizzato.

In barba all’etica, alla giustizia, all’uguaglianza.

Non ne valeva la pena. Quelli che hanno voluto tutto questo sono corresponsabili del sacco d’Italia, senza attenuanti.

Le buone intenzioni sono una colpa in politica e in economia. Un mare di norme dettate, quando in buona fede, per ottenere l’ordinato sviluppo del territorio, ha consentito a chi voleva di fare, disfare, strafare.

Non è difendibile una Costituzione che consente mano libera sulla roba altrui con la scusa di preservare la natura e il paesaggio. Interventisti, urbanisti, ecologisti, padri e figli della programmazione urbanistica, lamentano adesso lo scempio edilizio ma non confessano che è il risultato delle loro idee.

Al massimo, eccepiscono che sono state travisate.

Eppure, se l’Italia è sulla via di diventare un ex Belpaese, proprio per effetto della cementificazione che cresce a causa o all’ombra della legislazione urbanistica, i fautori del controllo pubblico sull’uso del territorio dovrebbero recitare il mea culpa.

Quello che è sotto i loro occhi e che oggi deprecano con disgusto è accaduto dopo, non prima delle loro leggi speciali, regolamenti ad hoc, piani comunali.

L’essersi affidati ad atti amministrativi deliberati dai politici del posto, anziché a vere leggi generali, uguali per tutti, ha degradato la discrezionalità in arbitrio e l’interesse collettivo a tornaconto individuale.

*www.opinione.it

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