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Progetto per produzioni alimentari bio sostenibili

E’ il colore dell’Irlanda, il verde, quello dei suoi prati e dalle campagne rese vivide dalle piogge, quelle del trifoglio, il «seamróg», simbolo nazionale.

Ma oggi lo è ancora di più perché l’isola accanto alla Gran Bretagna, punta a essere verdissima grazie al progetto «Origin Green», destinato non solo a cambiare l’agricoltura e l’industria alimentare dello stato ma a essere un modello per l’Europa e per paesi che, come l’Italia, fanno del food una loro vocazione.

Lanciato dall’Irish Food Board, il progetto punta a rendere l’Irlanda un leader mondiale nella produzione sostenibile e d’alta qualità di alimenti e bevande. Chi aderisce - aziende, agricoltori, allevatori - deve rispettare una serie di paletti: risparmiare energia (obiettivo: consumarne il 20 per cento in meno entro il 2015), ridurre gli scarti (si punta all’azzeramento dei rifiuti destinati a discarica entro il prossimo anno), minimizzare l’impronta di CO2 (30 per cento di riduzione entro il 2020) e diminuire il consumo di acqua (meno 20 per cento entro il 2015).

L’adesione è volontaria, ma già in moltissimi hanno sposato «Origin Green». «Anche perché il costo dell’investimento è ripagato da un ritorno di vendite» assicura Aidan Cotter, il ceo di Bord Bia-Irish Food Board, che spiega: «Con la crisi, la gente s’aspetta di più: aziende, allevatori, agricoltori devono essere trasparanti nei meccanismi di produzione, lavorare in modo sostenibile, spiegare il valore aggiunto del loro marchio».

Per gli irlandesi, «Origin Green» è più che una scommessa. «I clienti oggi cercano cose completamente diverse rispetto a dieci anni, sono attenti, si informano e fanno sapere cosa pensano: per questo il settore agro-alimentare deve essere all’avanguardia nella sostenibilità» afferma il primo ministro Enda Kenny, che non ci sta quando gli si chiede se sia una mossa pubblicitaria: «Non è marketing, è una visione che porterà anche più posti di lavoro e investimenti - risponde - L’Irlanda deve diventare il migliore paese piccolo al mondo con cui commerciare».

Jason Clay, vicepresidente del Wwf, intervenuto al convegno “Our food. Our Future” che ha Dublino ha presentato a 500 delegati da tutto il mondo quest’iniziativa e ha riflettuto sulla direzione da intraprendere in ambito alimentare, annuisce. «La sfida del futuro è come produrre cibo.

La popolazione aumenterà, raddoppierà il consumo: abbiamo bisogno di rendere la produzione più efficace, ripensare all’uso di acqua, terra e pesticidi».

Pensiero che si riassume in uno slogan: fare di più, utilizzando meno risorse. Ma come? «Io partirei dalla riduzione degli sprechi - risponde Clay - Basti pensare a un numero: viene usato un litro d’acqua per produrre una caloria di cibo. E’ davvero troppo».

E aggiunge: «E poi usiamo terreni deprezzati, svalutati, e facciamo sì che la sostenibilità sia la norma e non la nicchia».

Al progetto strizzano l’occhio anche i colossi del mercato come Mc Donald’s. Parla il vicepresidente del gruppo americano Jc Gonzales-Mendez: «Occorre guardare ogni anello del sistema di un’azienda e verificarli tutti. Prendiamo il caffè: uno deve pensare alle piantagioni ma anche alla raccolta, alla produzione, sino ad arrivare al packaging». La catena di fast food, con quartier generale a Chicago, vuole essere green: «Vogliamo dare buon cibo, servito da brave persone - sorride Gonzales-Mendez - Cibo proveniente da aziende sostenibili, che certifica la qualità dei produttori». E Daniel Vennard, giovanissimo ma intraprendente direttore di brand della Mars, nota soprattutto per i suoi prodotti dolciari, sostiene: «C’è un beneficio reciproco seguendo questa strada: per i business plan e per il pianeta».

«Ha sbagliato, dunque, l’Europa ad avere un atteggiamento protezionistico - ammonisce il ministro all’agricoltura irlandese, Simon Coveney - Il futuro ci chiede di produrre di più, utilizzando le stesse risorse e dando valore alle pratiche ambientali». Forte del fatto che l’Irlanda è il primo paese al mondo a intraprendere quest’iniziativa, il giovane ministro suona la sveglia agli altri stati: «L’Europa deve diventare esportatore». E per intraprendere questa trasformazione, la strada da seguire potrebbe essere tutta green.

www.lastampa.it

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