Pin It

Terreni inquinati e problemi sempre irrisolti

Dalla Terra dei fuochi all’Italia dei veleni lo Stato si lecca solo le ferite.

Dopo essere rimasto alla finestra per decenni di fronte ai tir di veleni che gli passavano sotto gli occhi e sparivano misteriosamente (mica tanto) appena voltato l’angolo, oggi l’unica risposta che osa mostrare è quelle delle forze dell’ordine che mettono sotto sequestro una discarica illegale dietro l’altra.

Un nastro bianco e rosso e avanti a cercare la prossima.

Un nastro che assomiglia a una resa, piuttosto.

Perché tutto si ferma lì.

Messi i sigilli, le bonifiche non arrivano, e i responsabili, salvo eccezioni, si danno alla macchia e non sborsano un euro.

Sarebbero almeno 100 mila gli ettari da bonificare, secondo la più recente stima di Legambiente.

Ettari che l’ex governo Letta vorrebbe ora trasformare in un enorme business.

Il che non sarebbe una cosa negativa in assoluto, se non fosse che si vogliono scaricare i costi sui contribuenti, preparando pure un eterno salvacondotto ai peggiori responsabili.

Mentre i processi per disastro ambientale sono il più delle volte una farsa, con i grandi gruppi assistiti e confortati da plotoni di luminari e avvocati di grido pronti a massacrare l’accusa in punta di dottrina e di evidenze scientifiche.

Di solito si aspetta la naturale prescrizione e amen.

A Bussi, in provincia di Pescara, il 10 febbraio scorso il gip del tribunale Maria Michela Di Fine è stato costretto a mettere nuovamente sotto sequestro un’immensa discarica abusiva, figlia illegittima del polo industriale, estesa per ben 55 mila metri quadrati, a meno di 20 metri di distanza dalla sponda del fiume Pescara.

Qui, secondo gli inquirenti, per decenni e sino agli anni ’90, l’area sarebbe stata destinata “allo smaltimento illegale e sistematico” di almeno 240 mila tonnellate di sostanze tossiche.

Otto gli indagati, tutti dirigenti del colosso chimico Solvay, per mancata messa in sicurezza.

Si tratta di un sito sequestrato già nel 2007 e dal quale è nato il processo per disastro ambientale e avvelenamento delle acque aperto in Corte d’Assise del tribunale di Chieti a carico degli ex vertici di Montedison.

Ma a parte il processo - che si sta allungando alle calende greche e rischia di prescriversi - di bonificare l’area manco a parlarne.

Per i sequestri, invece, non c’è un limite, pare.

È quello che sappiamo fare meglio.

Di prevenzione, poi, lo zero assoluto.

Nei cantieri, anche di grandi opere pubbliche, succede di tutto.

Mischiare terra e monnezza e cementificare tutto è la prima regola che si tramanda da padre in figlio per risparmiare e fare felici i capi.

Nessuno controlla, tanto.

Né esistono confini geografici.

Un gioco da ragazzi taroccare le carte e trasformare un costo in un ricavo.

Tanto per dirne una: questa estate la Dda di Venezia ha preso atto che lungo l’autostrada A31 Valdastico Sud, nel tratto Longare e Agugliaro, dal 2009 sarebbero stati sversati al di sotto del fondo stradale 155.836 metri cubi di scorie di acciaieria non trattate.

Coinvolte nell’indagine imprese venete, bresciane e emiliane.

Appena la notizia è uscita sulla stampa è scattata la psicosi tra la popolazione locale.

E non è la prima volta a Venezia.

Già nel 2009 il pm Giorgio Gava era riuscito, nell’ambito dell’indagine “Mercanti di rifiuti”, a far condannare in primo grado 11 persone colpevoli di infilare tonnellate di rifiuti tossici, spacciate come ‘Conglocem tipo R’, nell’impasto per costruire sottofondi stradali, cavalcavia, strade, autostrade, e in genere nei cantieri dell’Alta velocità in Veneto e in Emilia Romagna.

L’inchiesta portò anche al sequestro di un cavalcavia a Padova e di un tratto della nascente linea dell’Alta Velocità ferroviaria.

E dopo il sequestro?

Mica si può smantellare un’autostrada e portarla in discarica, ti dicono.

Si aspettano i prossimi sequestri.

Qualche flebile speranza arriva dalle parti di Trento, invece.

Nemmeno qui si è impedito che pericolose scorie di fonderie e acciaierie e terre di bonifica finissero sotterrante illegalmente nella cava di Monte Zaccon: un sito di ripristino ambientale classificato R10 e destinato “a spandimento sul suolo a beneficio dell’agricoltura o dell’ecologia”, trasformato in realtà in un fetido buco nero.

Per la Procura trentina, che ha condannato (marzo 2013) in appello l’imprenditore Simone Gosetti e i suoi compari (tra cui i soliti falsari di documenti), dentro Monte Zaccon ci sono finite, tra le altre, le scorie delle Acciaierie Venete Spa, della Valsugana, dell’Alfa Acciai, dei Riva Acciaio, della Marcegaglia Spa acciaierie Lucchini Trieste, di Agrideco, e ancora i rifiuti dei comuni di Canazei, Moena, Pozza di Fassa.

Altro che passeggiata e orti urbani da restituire ai trentini.

Qui, però, s’è mossa la Provincia che ha firmato un Accordo di Programma con il Comune di Roncegno per finanziare la bonifica e poi rivalersi su Gosetti.

Dicono ci vogliano circa 156 milioni di euro.

Vedremo se, per una volta, chi ha inquinato paga davvero.

www.lastampa.it

Aggiungi commento


Codice di sicurezza
Aggiorna