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La pianta da cui si ricava una delle droghe più diffuse al mondo potrebbe ridare slancio all’economia italiana.

di Barbara D’Amico

E’ questa la scommessa lanciata da due giovani imprenditori, Eugenio Battaglia e Jacopo Amistani, per far ripartire la filiera della canapa industriale nella Penisola

Un settore florido fino agli anni Cinquanta grazie alla grande versatilità del prodotto – utilizzato per realizzare carta, tessuti, oli e cosmetici – poi caduto nell’oblio a causa della concorrenza di materiali alternativi e della messa al bando della piantina madre della marijuana.

Nelle statistiche Istat sulle superfici coltivate ogni anno la voce “canapa” è completamente vuota dal 1971. Ma da qualche anno una task force di agricoltori ha ripreso la produzione.

Oggi, timidamente, si è arrivati a 400 ettari coltivati a canapa in tutta Italia e solo nel 2013 la vendita del raccolto ha fatturato 600 mila euro.

«Sono numeri in crescita, incoraggianti ma pur sempre bassi rispetto a quelli dei concorrenti stranieri», spiega Margherita Baravalle, segretario di Assocanapa, l’associazione nazionale dei produttori italiani di canapa.

A scalzare Roma dal monopolio della canapicoltura, infatti, sono Paesi come la Cina che vanta ben 90mila ettari di terreno dedicati a questa pianta: quasi gli stessi vantanti dall’Italia solo cento anni fa.

«La Francia non ha mai smesso di coltivare canapa.

L’Italia ha riabilitato la coltivazione delle piante a basso tenore di Thc (la sostanza responsabile degli effetti stupefacenti ndr) solo nel 1998. Ripartire da zero è stato faticoso. Oggi la produzione è ancora molto arretrata. Mancano i macchinari e soprattutto mancano i centri di prima trasformazione», denuncia Baravalle.

Assocanapa, che ha sede a Carmagnola, in Piemonte, può vantarne uno proprio in zona.

Insufficiente però a soddisfare una eventuale aumento dei raccolti.

Problema che ha spinto Eugenio, studente di biotecnologie, e Jacopo, fondatore di Open Source Ecology , a creare Hempbox , da “hemp” che vuol dire appunto canapa.

Più che una start-up, quella dei due giovani imprenditori è un vero e proprio piano industriale che prevede la creazione di un modello di filiera esportabile e applicabile in qualunque regione italiana.

«L’idea è di riattivare la coltivazione nelle aree rurali abbandonate o depresse che, quindi, tornerebbero a nuova vita. Inoltre, saremmo noi a fornire i semi ai coltivatori, ma soprattutto a predisporre un sistema open source per la realizzazione di macchinari di prima trasformazione, da installare a non più di 80 km di distanza dai terreni». Fondamentale anche la piattaforma di e-commerce che i due intendono realizzare e che faciliterebbe la fase di vendita del raccolto.

Il recupero della tradizione attraverso l’utilizzo di Internet e della ricerca open source sono forse gli elementi più accattivanti del piano.

Lo stesso Tin Hang Liu, fondatore del progetto OSVehicle - l’automobile personalizzabile che abbatte i costi grazie alla progettazione condivisa e continua da parte di chiunque - sta consigliando Eugenio e Jacopo su come realizzare un macchinario per la trasformazione della canapa, economicamente accessibile. «OSVehicle è nato per creare veicoli a basso costo fruibili per tutti.

Ma la filosofia di fondo è applicabile a qualunque impianto, anche quelli per all’agricoltura» spiega Tin. «Uno degli adattamenti che stiamo studiando per l’auto, tra l’altro, prevede la possibilità di montare pompe per l’acqua: nei paesi in via di sviluppo a grande desertificazione o siccità, questo veicolo potrebbe servire sia per spostarsi sia per facilitare il recupero dell’acqua da pozzi e l’irrigazione dei campi».

In attesa del primo finanziamento, stimato in 3 milioni di euro, Hempbox farà riflettere sulla necessità di recuperare tradizioni che possono migliorare l’economia e l’ambiente attraverso una produzione integrata e condivisa. Riabilitando, in questo caso, una pianta stupefacente sotto ogni punto di vista.

www.lastampa.it

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