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L’Europa non più agricola sta vivendo un fenomeno davvero interessante: il «rewilding»

di Elisabetta Corrà*

L’Europa selvaggia, coperta di foreste e popolata di lupi, orsi, linci, sembra appartenere ad un tempo remoto, un ricordo medievale di un’epoca spazzata via dallo sviluppo e dal rumore della società industriali.

Ma negli ultimi tre decenni qualcosa ha mutato direzione nelle porzioni rimaste di foreste primarie e negli interstizi tra città e campagna. Le specie europee, compresi i carnivori, stanno tornando.

Una realtà sorprendente, svelata nella sua complessità dal rapporto “Wildlife Comeback in Europe” di Rewilding Europe (iniziativa di WWF Olanda, Ark Nature, Wild Wonders of Europe and Conservation Capital), un lavoro indipendente realizzato dalla collaborazione tra BirdLife International, European Bird Census Council (EBCC) e la Zoological Society di Londra, il primo di questo tipo mai stilato in Europa, che mette a confronto i dati su 37 specie endemiche europee di mammiferi e uccelli, dagli anni Cinquanta ad oggi. Il report descrive una realtà in movimento: l’incremento nel numero di individui varia dal 10% al 3000% per il Bisonte e il castoro, e il 300% per il lupo.

I mammiferi hanno aumentato la loro distribuzione di circa il 30%, anche se i margini di variazione sono molto ampi e variano da specie a specie.

La notizia è incoraggiante, ma parla anche di relazioni ecosistemiche profondamente mutate rispetto al passato e illustra con inedita chiarezza quali siano le sfide della protezione della fauna selvatica nel pieno dell’Antropocene.

Una premessa indispensabile a meglio contestualizzare l’entusiasmo del momento, come spiega Frans Schepers, Managing Director di Rewilding Europe: “Lupi, cervi, castori, linci e orsi sono stati cacciati in modo indiscriminato nei secoli passati, la pressione della persecuzione umana nei loro confronti ha fatto sì che queste specie diventassero notturne. Si sono nascosti nelle tenebre dei boschi per sfuggire ai predatori umani.

Oggi, quindi, abbiamo a che fare con specie elusive, timide, che non è facile avvistare neppure per i ricercatori.

Siamo di fronte ad una fauna in ripresa, ma con abitudini molto diverse rispetto ai loro progenitori del Cinquecento”.

Le cause del ritorno della wildlife sono molteplici, ma le più impattanti sono sicuramente una maggiore protezione legale, il contenimento del bracconaggio e dell’avvelenamento, nonché l’eliminazione di alcuni inquinanti ambientali. Decisivo è poi l’abbandono delle campagne, che senza contadini si trasformano in fretta in habitat ospitali, bacini di sopravvivenza genetica cruciali tanto per gli erbivori quanto per i carnivori.

Il cocktail di misure di conservazione che hanno reso possibile una ripresa delle popolazioni comprende la reintroduzione di esemplari cresciuti “ex situ”, ma secondo Schepers il fattore determinante è stata piuttosto il rispetto delle dinamiche interne alla vita di ciascuna specie ed è questo l’aspetto peculiare di ciò che sta accadendo in Europa: “Dobbiamo permettere agli animali di tornare e poi però lasciare che colonizzino nuovi territori; si tratta cioè di favorire i processi naturali della vita delle specie, quelli iscritti nell’evoluzione: la riproduzione, l’espansione e la ricerca di ulteriori spazi.

Certo, se una popolazione è ridotta al minimo, come è accaduto per gli avvoltoi, la reintroduzione è indispensabile”.

Il lupo rappresenta una delle storie più appassionanti di questo ritorno.

Tra il 1800 e gli anni ’60 del Novecento il lupo aveva perso il 49% del suo areale originario ed era ormai quasi estinto.

Oggi in Europa ci sono 10 popolazioni di lupi, numericamente quadruplicate tra il 1970 e il 2005, per un totale di 11.500 esemplari.

L’82% dei lupi europei vive sui Balcani; la popolazione del Baltico è però quella geneticamente più importante per il futuro.

Rappresenta il 7-12% del totale europeo e prospera su un territorio non frammentato, un habitat che comprende i boschi della Lituana, dell’Estonia, della Lettonia e la Polonia dell’est.

I lupi del Baltico rappresentano il punto di connessione con la Karelia, la regione tra la Finlandia e le zone paludose di San Pietroburgo, e saranno l’avamposto per la dispersione di nuovi branchi sui Balcani e in Germania.

Dopo 150 anni i lupi sono stati avvistati nell’Assia e nella Renania-Palatinato. Da qui lanceranno l’inarrestabile colonizzazione verso il Belgio, l’Olanda e la Danimarca, che vide il suo ultimo esemplare nel 1813.

Ma c’è un’altra specie, molto meno famosa, che fornisce indizi preziosi per il futuro del continente: lo sciacallo dorato. Perseguitato ovunque, questo onnivoro opportunista braccato in ogni modo, con le tagliole, il veleno e le pallottole, vive per lo più nell’Europa dell’Est ( in Bulgaria sul 72% del territorio nazionale e sul 9% della Serbia) e conta quasi 55mila individui.

Il suo trend di colonizzazione è dinamico e varia tra i mille e i novemila chilometri all’anno. Lo sciacallo è oggi una specie protetta, ma è stato capace di adeguarsi ad habitat alterati, come zone a vegetazione stentata e porzioni di foresta sottoposte a taglio di legname.

Negli ultimi trenta anni ha modificato le sue abitudini, approfittando anche del cambiamento climatico durante gli inverni meno rigidi sui Balcani.

La parabola in salita dello sciacallo mostra fino a che punto la pressione umana e il rischio di estinzione abbiano plasmato le specie dei carnivori europei, inducendo l’espressione di nuovi comportamenti adattativi, di una plasticità straordinaria: “La vita è resistente, e appena ne ha l’occasione esplode di nuovo.

A noi spetta piuttosto rafforzare la tolleranza umana verso gli animali.

Perciò parlo di riconciliazione con la natura”, afferma Schepers.

Nell’analisi di Schepers, le possibilità della conservazione in Europa sono radicate nella attuale struttura economica e demografica del vecchio continente, che è forse giunto ad una svolta nella relazione profonda della civiltà umana con le altre specie e proprio in questo punto di frizione può escogitare strade inedite di convivenza: “L’Europa non è più quella di mille anni fa, perciò dobbiamo amministrare un paesaggio plasmato dalle attività umane, pianificarne la protezione.

Ma la demografia è dalla parte del ritorno delle specie più rappresentative della nostra coscienza di europei, come appunto sono i predatori. La popolazione europea invecchia e i giovani si spostano nelle città. È nelle campagne abbandonate che le specie selvatiche potranno trovare spazio al di fuori delle foreste.

L’urbanizzazione accelerata, pur con le sue contraddizioni, e il conseguente ritiro dalle aree rurali, sono quindi anche uno strumento di portata storica per il mantenimento della fauna originaria.

Stiamo esplorando una nuova idea di Europa, completamente proiettata verso il futuro, una strada da mostrare anche al resto del mondo, un patto di convivenza con le specie selvatiche mai sperimentato prima”.

Non di poco conto per il lupo è stata la ripresa degli erbivori: l cervo (Cervus elaphus) e il capriolo (Capreolus capreolus).

*www.lastampa.it

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