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Merav Rotem NaamanLe ragazze non devono essere perfette ma coraggiose

di Diletta Parlangeli*

Merav Rotem Naaman, co-fondatrice di Nautilus, incubatore e società di investimento di AOL in Israele: “Dobbiamo insegnare alle ragazze non a essere perfette, ma coraggiose; ad assumersi il rischio, come si insegna agli uomini”

«Mi invitano spesso a eventi che parlano di donne e tecnologia o donne e affari, anche se non ho mai pensato a me stessa come ‘donna che fa qualcosa’, ma come a me stessa e basta»: sarà forse questo uno dei segreti di Merav Rotem Naaman, amministratore delegato e co-fondatrice di Nautilus, incubatore e società di investimento di AOL in Israele. Segreto, perché è facile fare distinzioni di genere quando i dati lasciano poco spazio all’interpretazione.

Le aziende che contano tre o più donne nel consiglio di amministrazione realizzano l’84% in più di ritorno nelle vendite rispetto alle imprese in cui sono assenti, il 60% di migliore ritorno del capitale investito, il 40% in più di redditività del capitale: eppure, le donne ottengono il 10 % in meno dei finanziamenti venture capital.

«Dobbiamo capire che siamo differenti, per il fatto che siamo cresciute in modo diverso e perché siamo diverse, punto. Bisogna partire da questa consapevolezza».

L’analisi della diversità può fare la differenza. Naaman, che è anche uno dei direttori di Verizon Ventures, cita un libro che ha influenzato la sua carriera: s’intitola Women don’t ask - Negotiation and Gender Divide (Linda Babcock e Sara Laschever).

«Le donne hanno l’inclinazione a non chiedere. A casa, in fila al supermercato. Tendono a non chiedere promozioni e aumenti.

Io per prima, pur continuando a fare le cose a modo mio, a volte mi fermo a pensare: se fossi mio padre, mio marito, un mio amico, chiederei questa cosa? È un esercizio utile», continua.

Ma il meccanismo deve essere attivato anche a un livello superiore, di sistema: «Le aziende che abbiano a cuore le diversità al loro interno devono agire di conseguenza.

Mi sono trovato davanti a un responsabile tecnico che si lamentava dell’impossibilità di assumere donne.

Mi diceva che avrebbe voluto, ma nessuna si era candidata. Gli ho fatto notare che nell’ultimo annuncio per una posizione chiedeva sei anni di esperienza, quando lui aveva finito per assumere un ingegnere che ne aveva quattro.

Ecco il punto, la differenza sostanziale: se ne sono richiesti sei, nessuna donna con meno di quegli anni inoltra la sua candidatura.

Se ne bastano tre, che ci sia scritto tre». A livello sociale, invece, «come dice Reshma Saujani, fondatrice di Girls Who Code, dovremmo iniziare a insegnare alle ragazze non a essere perfette, ma coraggiose; ad assumersi il rischio, come si insegna agli uomini».

Intanto, la diversità è tutelata da realtà che fanno scelte già di campo precise, come Makers e BBG Ventures, che Naaman cita per restare in casa Aol. Il secondo è un finanziamento dedicato a start-up legate a internet e mobile che abbiano almeno una donna tra le fondatrici, dal quale sono nate giovani aziende come Ringly i gioielli connessi, Hopskipdrive, servizio di trasporto dedicato ai bimbi, o goTenna, un dispositivo che, collegato via Bluetooth al telefono, fa mandare sms e posizione anche in totale assenza di segnale.

Sono solo alcuni degli esempi del fermento di iniziative in Israele, ormai riconosciuta terra promessa della tecnologia – oltre 3mila aziende high-tech e start-up, la più alta concentrazione dopo la Silicon Valley – dove la concorrenza è acerrima. «Non esiste una regola per il successo di una start-up – commenta Naaman – cercare fondi a Milano non è come farlo a Londra.

Cioè che è vero ovunque però, è che una grande idea, per raccogliere denaro, non basta più. Devi avere una squadra capace di convincere gli investitori che sei in grado di realizzare quello che hai proposto e devi dimostrare di avere presente con precisione qual è il tuo target: davanti voglio avere qualcuno che mi dimostra di comprendere i suoi clienti e che ha i talenti per realizzare ciò che desidera. Una bella presentazione non basta».

*www.lastampa.it

tutti pazzi per la Civita

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