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Emilio AlessandriniEmilio Alessandrini, magistrato, nasce il 30 agosto 1942 a Penne, da Berardo, avvocato, e da Armanda Moretti,  e muore assassinato a Milano il 29 gennaio 1979

«Sarà per quella faccia mite, da primo della classe che si lascia copiare i compiti, sarà per il rigore che dimostra nelle inchieste, Alessandrini è il prototipo del magistrato di cui tutti si possono fidare, era un personaggio simbolo, rappresentava quella fascia di giudici progressisti, ma intransigenti, né falchi chiacchieroni, né colombe arrendevoli»(Walter Tobagi)

Nel dicembre 1946, la famiglia si trasferì a Pescara, dove Emilio compì regolarmente gli studi fino alla maturità classica conseguita nel luglio 1960 presso il liceo “Gabriele D’Annunzio”.

Iscrittosi alla facoltà di Giurisprudenza dell’Università di Napoli, vi conseguì la laurea il 14 dicembre 1964 con il massimo dei voti e la lode, discutendo una tesi in procedura penale.

Dal marzo 1966 al giugno 1967 prestò servizio militare di leva dapprima presso l’Accademia Aeronautica di Pozzuoli e poi presso l’aeroporto di Bari Palese, in qualità di sottotenente di completamento.

Vinto il concorso in magistratura nel 1967, iniziò la carriera svolgendo le funzioni di uditore giudiziario presso il Tribunale di Bologna, l’anno dopo assume le funzioni di sostituto Procuratore della Repubblica di Milano.

Il 25 ottobre 1969, a Pescara, sposò Paola Cecilia Bellone, di origine pugliese, abruzzese di adozione, dalla quale ebbe il figlio Marco.

Nell’attività giudiziaria Alessandrini si distinse in particolare nelle indagini sul terrorismo di destra, sì da meritare il 14 febbraio 1972, insieme con il collega Luigi Rocco Fiasconaro, un encomio da parte del Procuratore della Repubblica De Peppo “per la prontezza, la sagacia, l’energia, lo zelo di cui hanno dato prova”.

Nello stesso anno, sempre insieme all’altro Pubblico Ministero Fiasconaro e al Giudice istruttore Gerardo D’Ambrosio, Alessandrini iniziò le indagini sulla strage di piazza Fontana del 12 dicembre 1969, indagini che erano state aperte presso la Procura di Treviso e poi trasferite a Milano per competenza territoriale.

L’istruttoria si rivelò ben presto fra le più difficili del dopoguerra, coinvolgendo, oltre ad ambienti dell’estrema destra neofascista, anche uomini legati ai servizi segreti.

Superando difficoltà e intralci di varia natura, il 6 febbraio 1974 Alessandrini depositò una lunga e ponderosa requisitoria, per il rinvio a giudizio dei componenti della cellula fascista veneta facente capo a F. Freda e G. Ventura, che costituì un sicuro punto di riferimento per tutti coloro che si occuparono successivamente della vicenda.

Fin dal dicembre 1972, mentre era ancora in pieno svolgimento l’istruttoria sulla strage di piazza Fontana, era stata assegnata a lui e Fiasconaro la nascente sezione “reati finanziari” che comprendeva da un lato quelli più strettamente economici e dall’altro il contrabbando, ad ogni livello, e al traffico di droga.

Conclusa l’istruttoria sulla strage di piazza Fontana, Alessandrini continuò ad interessarsi di eversione, che in quel periodo era rappresentata soprattutto dal terrorismo rosso.

Egli fu uno dei primi magistrati che tentò di comprendere le radici e le motivazioni di questo fenomeno, non solo dal punto di vista giudiziario ma anche e soprattutto da quello sociale.

In questa prospettiva partecipò ai vari convegni che esaminavano il problema sotto il profilo degli aspetti processuali e delle conseguenze che il fenomeno avrebbe comportato in ordine alla riforma dei codici, in preparazione da molti anni.

E’ degno di menzione fra gli altri il convegno svoltosi a Grottaferrata dal 25 giugno al 1° luglio 1978 su “Iniziativa giudiziarie e lotta alla criminalità organizzata e politica, con particolare riferimento alla legge Reale”, promosso dal Consiglio Superiore della Magistratura, nel corso del quale Alessandrini svolse un intervento, esaminando il problema delle connessioni fra criminalità politica dall’angolo visuale del ruolo dell’istituzione carceraria.

Gli atti di questo convegno furono poi pubblicati in volume a cura del C.S.M.

Alessandrini, frattanto, era stato chiamato a far parte di una delle commissioni consultive istituite dal Ministero di Grazia e Giustizia per la riforma dei codici; il gruppo era coordinato dal giudice Adolfo Beria di Argentine; Alessandrini era segretario distrettuale di Milano dell'Associazione nazionale magistrati e faceva parte, inoltre, del comitato di direzione della rivista Giustizia e Costituzione, di cui erano membri anche Guido Galli, Girolamo Minervini e Girolamo Tartaglione, caduti poi vittime del terrorismo.

La sua attività, il suo scrupolo professionale e il suo impegno, fecero sì che egli ben presto attraesse l’attenzione dei gruppi terroristici di sinistra che identificarono in lui, a ragione, un elemento che, per il suo impegno culturale e la sua capacità professionale, era in grado di individuare le menti direttive e le finalità ultime di queste azioni.

Tra l’altro, egli aveva iniziato un’indagine sull’Autonomia Operaia milanese, che poi egli stesso inviò a Padova, dove il collega Pietro Calogero si stava già occupando del fenomeno conducendo un’istruttoria che avrebbe avuto una prima importante svolta con gli arresti del 7 aprile 1979.

La mattina del 29 gennaio 1979, alle ore 8.30, come tutte le mattine, il magistrato, accompagnato il figlio Marco di otto anni alla scuola elementare in via Coletta, si dirige a bordo della sua Renault 5 verso il tribunale; fermo al semaforo rosso all’incrocio tra viale Umbria e via Muratori, viene affiancato e aggredito da un commando terroristico.

Due persone scaricano su di lui numerosi colpi di pistola.

Il giudice sotto il fuoco, muore immediatamente.

Il collega e amico fraterno Armando Spataro, che quella mattina per una incredibile coincidenza è di turno, lo trova con il capo lievemente reclinato sulla destra, le mani in grembo, il loden lordato di sangue.

Il gruppo di fuoco era composto da Sergio Segio e Marco Donat Cattin, responsabili dell’agguato, Michele Viscardi e Umberto Mazzola di copertura, Bruno Russo Palombi ad attenderli nell’auto con la quale fuggono subito dopo l’attentato lanciando un fumogeno arancione per favorire il caos.

Alessandrini, per sua stessa volontĂ , non aveva la scorta.

La notizia diffusa dal giornale radio delle 9 destò enorme impressione nel mondo della magistratura, della politica e nell’opinione pubblica.

Polemiche, in seguito, furono sollevate sulla mancanza della scorta al magistrato, soprattutto perché, qualche mese prima dell’agguato, nell'alloggio milanese in via Negroli di Corrado Alunni, uno dei capi di Prima Linea, la polizia aveva trovato una sua foto.

La stessa mattina, subito dopo l’attentato mortale, giunse la prima telefonata di  ivendicazione al quotidiano “La Repubblica” da parte del gruppo terroristico “Prima Linea”.

Due giorni dopo l’omicidio veniva rivendicato con un volantino firmato “Organizzazione Comunista Combattente Prima Linea”.

Nel frattempo piĂą di duecentomila persone di ogni ceto avevano partecipato alle esequie del magistrato nel Duomo.

Il quotidiano “La Repubblica” di quel giorno scriveva: “c'è tutta la città, Milano è straziata. Marco aveva il portamento di un cadetto di West Point, mentre il presidente Pertini gli accarezzava il capo".

Le indagini iniziate faticosamente, ebbero una svolta nel maggio 1980 allorché il terrorista “pentito”, Roberto Sandalo, rivelò agli inquirenti la composizione del commando omicida.

Furono tutti presi tra la metĂ  del 1979 e la fine dell'80; Viscardi, Mazzola e Donat

Cattin divennero collaboratori di giustizia, Segio rimase latitante fino all'inizio dell'83.

Fu istruito un unico procedimento per tutta l’attività svolta da “Prima Linea” dal 1976 al 1980; l’istruttoria si concluse il 10 marzo 1983 con il rinvio a giudizio di centoventiquattro imputati.

Il processo si aprì il 30 maggio 1983 e si concluse il 10 dicembre dello stesso anno presso la seconda Corte d’Assise di Torino (presidente Antonello Bonu).

Dopo 12giorni di camera di consiglio, la Corte condannò Sergio Segio all’ergastolo, Bruno Rossi Palombi a 24 anni e sei mesi di reclusione, e comminò pene minori agli altri imputati che, a vario titolo, si erano dissociati dalla lotta armata.

Marco Donat Cattin fu condannato ad 8 anni, con la concessione della libertĂ  provvisoria. Il Pubblico Ministero Francesco Gianfrotta, che aveva chiesto trentadue ergastoli per tutti i centoventiquattro imputati, interpose appello.

Numerose lapidi oggi ricordano il giudice assassinato: sono intitolate ad Alessandrini le piazze ove hanno sede i palazzi di Giustizia a Milano e Pescara, una strada a Modena, un parco a Milano con monumento, aule consiliari, scuole e impianti sportivi in varie città d’Italia.

E’ sepolto nel cimitero di Pescara.

Sergio Segio (esecutore materiale dell’uccisione) spiegò poi in un libro «…avevano scelto di ammazzare quel magistrato che aveva scavato nella melma della strage di Piazza Fontana e del crac Ambrosiano proprio perché era bravo, proprio perché era perbene, proprio perché non era un “reazionario”: “la sua storia e il suo essere democratico erano da noi considerati un’aggravante”».

Armando Spataro (amico e collega ): Emilio era così con tutti, la sua umanità era straripante: non c’era un Natale o una festa “raccomandata” in cui dimenticasse di andare a trovare il centralinista cieco del Palazzo di Giustizia per fargli gli auguri, regalargli il panettone ed abbracciarlo (nessuno, purtroppo, ha mantenuto la tradizione dopo la morte di Emilio!); non c’era giovane collega, bisognoso di consigli, cui non dedicasse ore preziose del suo lavoro; tanti erano i condannati, in processi da lui istruiti, che spesso andavano a salutarlo per ringraziarlo della umanità che aveva con loro dimostrato e che non avrebbero mai dimenticato.

tutti pazzi per la Civita

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